Apiarium
Sezione: 13
gMelisseus dicat Iupiter Apum beneficia. Idaearum Apum ipsiusque Melissae, a qua antesignana Genti nomen. Scilicet melle enutritus; scilicet in antro protectus, servatus Idaeo, ab Patris nativori execrandis dentibus; Apum industria benignaque ope periculum evasit, quale nec maius haberi, aut concipi unquam potest. Excogitata huic nunquam malo remedia, cuius nulla praecessit cogitatio; nedum suspicio. Praevertit vel intestinas, vel iniunctas labes apum benignitas.23 Urbanae Idaeis multo potiores, quae praestanti virtute, non ullo in antro, sed orbis in apice enutrire, liberare, quemvis possint, ad illas qui confugiat. Quae probitate summa, sanctisque legibus, quaecumque mala, quovis cortice tecta, ipsisque in abditis magis meditulliis conclusa; excludere, deiicere et exterminare possint.
Note
g. Apum Beneficia
23. Nell'Antro ditteo, presso Creta, Giove fuggiasco era sopravvissuto cibandosi di miele. Uno dei più celebri miti dell'Antichità narrava che Rea, sposa di Crono, avesse partorito Zeus in una grotta situata presso il Monte Ida. Le api sacre che vi risiedevano avrebbero nutrito Zeus posandosi sulla sua bocca. Laio, Celeo, Cerbero ed Egolio, indossando una corazza di bronzo, tentarono furtivamente di trafugare il miele da quel luogo, ma una volta penetrati all'interno della grotta la vista delle fasce nelle quali era avvolto il dio e del sangue versato durante il parto da sua madre fece loro cadere la corazza. In un'antica pittura vascolare, da taluni attribuita a Ermonatte, i quattro sono rappresentati nell'atto di essere attaccati e cacciati da api terribili e gigantesche. Cesi, nondimeno, potrebbe nel suo testo riferirsi a quanto narrato da Ulisse Aldrovandi a proposito del fanciullo Ermonatte, figlio di Amintore e Lisodice, ucciso dalle api perché cupido di miele. Cfr. De animalibus insectis libri septem, cum singulorum iconibus ad vivum expressis. Autore Ulysse Aldrovando [...], op. cit., p. 38. La mitica storia dei quattro trafugatori di miele era comunque circolante e molto commentata nella letteratura morale dell'inizio del Seicento. Se ne veda un esempio nel Discorso dell'uso e dell'utilità delle favole nelle cose spettanti alla religione ed al costume, contenuto all'interno dei Discorsi morali di Agostino Mascardi su la tavola di Cebete Tebano, Venetia, ad instanza di G. Pelagallo, 1627. Secondo un'altra leggenda, all'interno della grotta dittea, Giove bambino sarebbe stato alimentato dalle figlie del re di Creta Melisseo, Amaltea e Melissa. Quest'ultima, il cui nome significa ape, lo avrebbe nutrito usando del miele. Virgilio, in Georg. IV, 149-152, afferma che le api avrebbero portato il miele a Giove, nascosto nella stessa grotta dittea, seguendo il suono dei bronzi tintinnanti dei Cureti, cioè dei fanciulli -talora detti anche Coribanti- che la madre Rea, aveva fatto danzare e rumoreggiare in modo da occultare alle orecchie di Crono il pianto del dio neonato. Servio, nel suo commento a En. I, 430, narra il mito di Melissa, uccisa e lacerata da alcune donne che intendevano estorcerle i segreti di Cerere. Dai brani del suo corpo la stessa Cerere avrebbe fatto nascere le api. Una delle fonti della narrazione di Cesi dové senz'altro essere Columella, De re rust. IX, 2, 1-4, che, a sua volta, attingeva dalle Fabulae di Igino, da Eufronio e da Nicandro di Colofone, autore di una perduta Melissurgica.
Dica il Giove Melisseo i benefici delle api, delle api dell'Ida e della stessa Melissa da cui deriva, nella forma più arcaica, il nome che caratterizza la specie. Nutrito col miele, protetto in un antro dell'Ida e salvato dalle terribili fauci del padre divoratore di prole, egli scampò, grazie all'attività benefica e industriosa delle api, ad un pericolo quale non si può credere o supporre maggiore. A questa sventura non era mai stato escogitato rimedio, poi che nessun pensiero e nessun sospetto potevano prevenirla: la benignità delle api vanificò i pericoli, sia quelli interni sia quelli esterni. Assai più delle api dell'Ida sono migliori quelle urbane che, con eccelsa virtù, sono in grado di nutrire e liberare chiunque trovi in esse rifugio non solo in qualche caverna, ma anche nel più alto punto del mondo. Esse, con la loro onestà somma e con le loro sante leggi, possono scacciare, debellare e cancellare ogni male comunque dissimulato e racchiuso fra i luoghi più nascosti.