Apiarium
Sezione: 18
lQuis te Phytagorea melissa, non summopere laudet ametque, caelestibus quae cibis allatis mortales a vorandis carnibus, a cruentis cadaverosis dapibus, avertisti? Cibum attulisti, quo longaevi illi Patres, diu in suo robore vitaque perstiterunt: quo senes experientia, Philosophi ratione ducti, usi sunt: potum, quo Democritus, quo Antiochus ille Medicus,39 quo Romulus Pollio,40 annorum secula superarunt. Quis Mulsi laudes? Quis Mellitas taceat? Anne Cyrnii illi vivaces, mellivori, vel Dites beati, pulchri et ad millesimum usque longaevi, Macrobii inquam illi Orphici,41 qui
[…] dulcesque cibos terrestribus herbis,
ambrosiumque bibunt succum de rore perenni?42
An Aristoxenus, cui quotidiana Mella omnibus morbis quemvis praecludunt aditum?43 En certe vitales succos. Hisce non reliqui tantum cibi, potionesque omnes, gratiam habent; vel arte iniectis, vel Natura adiunctis; sed eatenus in alimentum cedunt viventium, quae reliqua usurpantur; quatenus de illis participare solent. Mel siquidem omne, nutrimentum est: nutrimentum omne melleum est. Simplex Mel ita est; ut rebus in omnibus mixtis plus minusve inclusum lateat, ut sibi fere simile Physico compareat particulis ad minima prope redacta aequitate, comparibus; licet asperiusculis, et quae aqueas facile admittant, compactum; ita denique, ut compositorum plurium, unum vires, spiritusque maxime contineat: maxime sibi adsciscat, et exerat. Inde medica Energia multiplex: sed et multiplicior usus. Roscida, florida, et quae cannarum sunt, si mella abstuleris, non mulsa tantum Melitite ac Melicratum, ipsasque medicatas aquas, et Sarmatica Hydromella Medon, Cambri Meteglin, aut Hispanica Aloia; sed et omnem simul cum Medicina cibariam sustuleris. Ut cibus fere nullus, ita et multo minus Pharmacum: nulla artis Miscella est, quae hoc Nectare non compleatur.44 Aegyptius ille Propator apis, haud immerito medicinam invenisse dictus est. Tuus ille Osyris Melissa, Aesculapiusque apius nominatusII. Haud immerito tuae Apes, plenis examinibus funera Hippocrati Medicinae parenti, sepulchro insidentes, ducere, exornare voluerunt.45 Vitae quae servatrices, melleis alimentis conservata, mellitis medicamentis restituta sanitate, noncupari mereantur, amplioribus titulis unius mellis. Perennis certe Natura caelestis, vatibus vel sacris concelebrata, qua vel ipsa licet horaria poma conclusa perennent: quae purioris, quae immutabilis aetheris privilegia Peripateticis referre, vel saltem redolere possit. Iatro-Chymicis vero mirabiliter redoleat.46
Note
l. Cibus Mel et Potus. Nutrimentum medicamentum caeleste
II. Aegyptius ille Propator apis, haud immerito medicinam invenisse dictus est. Tuus ille Osyris Melissa, Aesculapiusque apius nominatus. [C:] Aegyptius Probator Apis Osyris, haud immerito medicinam invenisse dictus est. Tuus ille Osyris Melissa Aesculapius Apius nominatus.
39. Galeno, Opera omnia VI, 332.
40. Plinio, NH XXII, 53, 113.
41. «Cyrnos Indorum genus Isigonus annis centenis quadragenis vivere, item Aethiopas Macrobios et Seras existimat et qui Athon montem incolant [...]», Plinio, NH VII, 2, 28. Plinio distingue due ceppi di Μακρόβιοι, cioè di uomini dalla lunga vita: il ceppo etiope, appena ricordato, e quello indiano. Sui Cirni, cfr. anche De animalibus insectis libri septem, cum singulorum iconibus ad vivum expressis. Autore Ulysse Aldrovando [...], op. cit., p. 92.
42. «[si nutrono di] cibi dolci di origine vegetale e bevono l'ambrosio succo ricavato dalla rugiada perenne». La fonte dalla quale sono ricavati questi versi, ammesso che non si tratti di una creazione appartenente al genio dello stesso Cesi, risulta di difficile individuazione.
43. Galeno, Opera omnia VIII, 734 e 746.
44. Sul potere medicamentoso del miele si era espressa unanimemente l'intera Antichità. Plinio aveva parlato di un'efficacia terapeutica che, entro certe condizioni ambientali e astrologiche, non era inferiore a quella del nettare degli dei:«[...] visque mortalium malis a morte revocandis quam divini nectaris fiat» (NH XI, 14, 37). Le virtù terapeutiche del miele, ritenute efficaci in relazione a una vasta gamma di patologie, erano considerate come dimostrazioni della subtilitas e della magnanimitas della natura. In un certo senso, l'esaltazione di queste stesse virtù aveva anche posto in evidenza la condizione di debolezza e di infelicità dell'essere umano, inevitabilmente destinato, da un lato, alle malattie e al dolore; inetto, dall'altro, a confezionare prodotti adeguati alle sue complesse necessità di salute. Il sentimento di una tale antropologia pessimistica viene perduto nella pagina cesiana in quanto, nella prospettiva dell'Apiarium e dell'intera cultura naturalistica della prima epoca moderna, di fronte al problema della malattia non si collocano più semplicemente, così come era stato per tutto il corso dell'Antichità, il medico dietologo, di remota origine pitagorica, e l'apotecario, con i loro limitati strumenti empirici e con la loro prospettiva medica di matrice mistico-sacerdotale. Esso viene ora, invece, considerato dal punto di vista del filosofo naturale, cioè di colui che indaga la struttura elementare del miele e di tutti i prodotti della natura, studiandone le diverse reazioni all'interno dei processi chimici di composizione e di alterazione. Da questo punto di vista, il tema della cura non presenta più un'evidente pregnanza antropologica, ma viene interpretato come problema conoscitivo di prevalente pertinenza chimico-farmacologica. Si spiega così l'interesse che Cesi dimostra non soltanto per la vasta gamma dei prodotti medicamentosi che si ricavano dal miele, ma anche per le caratteristiche elementari di questi stessi prodotti e per la questione della sede naturale delle loro virtù, considerate in relazione alle diverse quantità di parti umide o secche che le varie qualità di miele ritengono e alla compattezza e concentrazione delle particelle nel prodotto originario.
45. Api era il nome di una divinità egizia che si presentava agli uomini sotto le sembianze di un toro. Nella tradizione di lingua greca il corrispettivo di Api era considerato Epafo, figlio della booforma Io e di Giove. Secondo Erodoto, esso si sarebbe presentato come un vitello nero. Per un'altra tradizione, alla quale si riconduce, fra gli altri, anche Eschilo, Api fu un grande guaritore generato da Apollo. Giunto da Naupatto, città della Locride Ozolia, liberò l'Argolide dai tanti serpenti che vi vivevano e che affliggevano le popolazioni. Alle volte questo personaggio è identificato con il medico divino e dio guaritore Asclepio, o Esculapio, generato anch'egli da Apollo e allevato dal centauro Chirone all'interno di una grotta sita sotto la cima del Pelio. Da costui, gran semplicista, egli apprese i segreti dell'arte medica. Fra gli animali gli erano sacri il serpente apollineo e il cane. Ippocrate fu forse figlio di un sacerdote di Asclepio. La notizia ricordata da Cesi pare ripresa da De animalibus insectis libri septem, cum singulorum iconibus ad vivum expressis. Autore Ulysse Aldrovando [...], op. cit., p. 36: «Nec obstiterit denique, quod de Hippocratis Coi medicorum principis sepulcro legimus, quod videlicet in eo multum tempus examen Apum mellificantium erat, nam et hoc praeter earum naturam evenisse putandum, quin affirmandum est».
46. Antisolidista, in una sua dotta scrittura indirizzata nell'agosto del 1618 al cardinale Roberto Bellarmino, Cesi aveva parlato di un cielo «dalla natura espansa», «fluido», «rarefatto e simile alla stessa aria atmosferica», «cosa fusa e liquida». Cfr. De caeli unitate, tenuitate fusaque et pervia stellarum motibus natura ex Sacris Litteris epistola, in Scienziati del Seicento, op.cit., pp. 22 e 24.
Chi non ti loderebbe e non ti amerebbe sommamente, o pitagorica melissa, dal momento che hai distolto i mortali dall'uso di divorare carni e da banchetti di sangue e di cadaveri? Hai apportato un cibo grazie al quale i nostri padri poterono vivere a lungo mantenendo intatte le forze, e di quel cibo i vecchi si servirono, guidati dall'esperienza e dalla ragione filosofica: bevanda in virtù della quale Democrito, il famoso medico Antioco e Romolo Pollione superarono il secolo. Chi potrebbe tacere le dolci lodi dell'idromele? Forse quei Cirni non erano pieni di vita, mellivori come Dei beati, belli e longevi fino al millesimo anno? Alludo a quegli Orfici o Macrobii che: «dolci cibi grazie alle erbe della terra e bevono il succo ambrosio che stilla da perenne rugiada». O Aristosseno, al quale la somministrazione quotidiana del miele evita di essere colpito da qualsiasi malattia? Certo vitali quei succhi! Ove siano inseriti ad arte o aggiunti da natura negli altri cibi e pozioni, tutti questi hanno efficacia, non solo, ma tutte le altre sostanze usate divengono alimento degli esseri viventi fin tanto che vi partecipino quei succhi. Il miele nella sua interezza è un nutrimento e quest'ultimo è tutto quanto costituito dal miele. Il miele è una sostanza così semplice da nascondersi in tutte le misture più o meno, così che al filosofo naturale esso appare quasi sempre uguale a se stesso quando è ridotto in particelle molto piccole e quasi identiche e, sebbene queste ultime siano alquanto ruvide e perdano facilmente la parte acquosa, il miele resta compatto. Così che, alla fine, tra tutti i moltissimi composti, è il solo a contenere in massima concentrazione le forze e le essenze, che accoglie in sommo grado e trasmette. Di qui deriva una molteplice efficacia medica, ma ancor più vario è l'uso che se ne ricava. Se avrai eliminato le essenze del miele ricavate dalle sostanze rugiadose, dai fiori e dalle canne, avrai soppresso così non solo il vino mescolato col miele, il melicrato, le stesse acque mediche, l'idromele sarmatico, il medon, il meteglin della Cambria e l'aloè ispanica, ma anche ogni cibo che funge da alimento medico. Così che quasi non vi sarebbe alcun cibo e così i farmaci sarebbero meno numerosi: infatti non esiste alcuna miscela artificiale che non si riempia con questo nettare. Si narrò a ragione che l'egizio padre Api inventò la medicina, e tuo, melissa, è quell'Osiride, e così pure Esculapio soprannominato apio. Ben giustamente le tue api, a sciami fitti, assise sul sepolcro, vollero condurre ed adornare il funerale di Ippocrate, padre della medicina. Queste, che serbano in vita, meritano di essere lodate con titoli più alti del solo miele, dal momento che gli alimenti e le medicine a base di miele preservano e ristabiliscono la salute. Certo immutabile la natura del cielo, celebrata anche da sacri vati, grazie alla quale anche gli stessi frutti, la cui vita si misura in ore, se tenuti chiusi, si mantengono a lungo. E quella natura celeste per i peripatetici può restituire i privilegi del più puro e immutabile etere, oppure talora renderne l'odore, e in effetti per gli iatrochimici esala un odore mirabile.