Apiarium
Sezione: 37
Quis apum aspectus? Taurina facies: Leonina iuba: aurea vestis. Apem coluerunt Aegyptii et Propatorem Apum, Apim: cuius Microscopii beneficio, quam referunt toto capite speciem, vide. Sol autem et apis erat. En Leonis Vellus fulvo honore conspicuum, quam bene rutila Sole ab ipso, liquore ab ipso, animalcula exornare videtur; fuso veluti in radios amictu: quae etiam generationis numero Leoninae quodammodo responderent. Tauro autem sponte progenitae sunt; quae melittam, seu melissam [non enim moremur Σ, sibilos; aut Τ, tumulus, de mellottiae iure in Stlitibus illis ad Luciani et Calcagnini tribunalia agitatis]VIII quae barbaram Venerem Matrem agnoscere debeant; quae et Deborae et Barbarae ab Hebraico Dabar, plurimo nitentes auro Barbaricatae; quosvis Phrygiones pingente, adornante natura, provocare possint.118
Note
VIII. seu melissam [non enim moremur Σ, sibilos; aut Τ, tumulus, de mellottiae iure in Stlitibus illis ad Luciani et Calcagnini tribunalia agitatis] [M e O: om.]
118. L'accostamento tra l'ape e il leone, in particolare in relazione ad alcune procedure inerenti la generazione deriva da Aristotele, De gen. an. 760b; ma, come si sa, la sua origine è anche biblica e risale a Giudici 14, 5-9, dov'è narrato l'episodio della vita di Sansone nel quale il potente eroe nemico dei Filistei vide sciamare delle api dal corpo di un leone che aveva squarciato a mani nude e dal cui interno trasse del miele per cibarsi. E' stato fatto notare che il pittore fiammingo Pietro Paolo Rubens preparò un disegno per il frontespizio dei Poemata di Urbano VIII, nell'edizione di Antwerp del 1634, che riproduceva esattamente questa scena (cfr. D. Freedberg, The Eye of the Linx. Galileo, his friends, and the beginnings of Modern Natural History, op. cit., pp. 158-159). Il significato della storia di Sansone e il valore sacro delle api è lungamente discusso in De animalibus insectis libri septem, cum singulorum iconibus ad vivum expressis. Autore Ulysse Aldrovando [...], op. cit., p. 36, luogo dal quale Cesi ricava materiale utile alle sue osservazioni. Il ricordo della divinità egizia Apis, incarnazione sotto forma di toro dell'antico dio Path, personaggio velato di lontananza e di fantastico, evoca immediatamente il tema della bugonia, ovvero il tema nel quale la generazione spontanea delle api si contrappone all'acerba realtà della morte e allo sradicamento che essa provoca. Il luogo più fortunato della narrazione di questo mito è in Virgilio, Georg. IV, 315-558, dove il miracolo della rinascita delle api viene narrato al pastore Aristeo direttamente dalla divina Cirene. Nella prima parte del racconto che contiene questa rivelazione era stato proprio il ricordo della bugonia egiziana a dare spunto all'intero quadro, con il suo accompagnamento di precise prescrizioni di macellazione e di rituali offertorii (in particolare, Georg. IV, 296-314). Secondo una certa tradizione, Melissa -una delle figlie del re cretese Melisseo-, il cui nome significa ape, avrebbe nutrito, insieme alla sorella Amaltea, Zeus bambino nell'Antro Ditteo. Riferendosi probabilmente a questo mitico personaggio, Columella menziona una «donna bellissima di nome Melissa, trasformata in ape da Giove» (De re rust. IX, 2, 3). Per Cesi ebbe particolare importanza anche quanto ne scrisse il Bracci nella sua Occulta corrispondenza, p. 16. E' opportuno rammentare, peraltro, che il vellus Aureum del Toson d'oro è un simbolo alchemico molto noto, sul cui significato circolavano all'inizio del Seicento diverse operette. Tra esse la più nota è forse quella di S. Trissmosin, Le Toysin d'or ou la fleur des thrésors en la quelle est succinctement et méthodiquement tricté de la Pierre des Philosophes, de son excellence, effects et vertu admirable [...], à Paris, chez Charles Sévestre ruë de S. Jacques devant les Mathurins, 1612. L'inciso cesiano collocato fra parentesi, che peraltro, come si evince dall'apparato, non è presente in tutti gli esemplari conosciuti dell'Apiarium, fa riferimento all'opera Iudicium vocalium Luciani Caelio Calcagnino interprete, letta da Cesi presumibilmente in Caelii Calcagnini Ferrarensis, Protonotarii Apostolici, Opera aliquot (...(, Basileae, H. Froben, 1544. Si veda, in particolare, la p. 226. Questa stessa opera era apparsa anche in coda alla Herculis vita e ad altre scritture di Lilio Gregorio Giraldi, con l'autonomo titolo Judicium vocalium: Σίγμα accusat Ταϋ; Ταϋ diluit accusationem Σίγμα Luciano Samosateo auctore, Caelio Calcagnino interprete, Basileae, apud M. Isingrinium, 1539. Una specifica ricerca dovrebbe in qualche modo appurare quale edizione dell'opera di Luciano, commentata da Celio Calcagnini, abbia letto o posseduto Cesi. Nell'edizione delle opere del 1544 del poligrafo ferrarese risulta, infatti, incluso anche il celebre libello sul movimento della terra e sulla immobilità del cielo, intitolata appunto Quod caelum stet, terra moveatur, vel de perenni motu terrae, la cui conoscenza non è escluso che abbia rivestito un qualche ruolo nella costituzione delle vedute astronomiche del fondatore dell'antica Accademia dei Lincei. Sull'etimo ebraico del termine 'ape, si veda ancora quanto afferma il Bracci nella sua Occulta corrispondenza, alla p. 17.
Qual è l'aspetto delle api? Figura taurina, criniera leonina, veste dorata. Gli Egizi onorarono l'ape e Api, il loro progenitore: osserva, avvalendoti del microscopio, come ne riproducono l'aspetto in tutta la testa. Del resto il sole era Api. Certo il pelo del leone, ragguardevole per la nobiltà del colore fulvo, come bene sembra adornare i piccoli animali rosseggianti grazie al sole stesso e alla stessa fluidità, come una veste cosparsa di raggi; questi piccoli animali in un certo modo corrisponderebbero alla cifra della generazione leonina. D'altra parte le api sono spontaneamente generate dal toro ed esse devono riconoscere Melitta o Melissa (non intratteniamoci, infatti, sulla ''S'' di ''sibilo'' e sulla ''T'' di ''tumulo'' e sul giusto termine di ''Melottia'' come in quelle liti che si agitano presso i tribunali di Luciano e Calcagnini) e la barbara madre Venere; esse, deborae e barbarae dall'ebraico dabar, ricamatrici splendenti in virtù dell'oro abbondante, sono in grado di sfidare tutti i frigi, auspice la natura che le dipinge e adorna.