Apiarium
Sezione: 34
uMaiestatis potentiam disce. Ita Api-Reges ab armorum usu abstinent; ita sibi a pugnis temperant, irae motus antevertunt; ut carere aculeo Columellae, aliisque nonnullis crediti sint, re ad Plinii usque indignationem dubia, Aeliano et pluribus: cum tamen validissimo polleant. Nempe armorum, viriumque pondus in aestimatione potius, et opinione longe lateque se effundente; quam in usu apud Principes est: etenim hic vix aliquos coerceret; dum illa interim plurimos simul absterrere, compellereque potis est, ac cohibere. Scholastice, potentiam sive passivam, sive activam latissime fundi, si in actum non reducatur, consideres; quo maxime finiatur, et arctis limitibus circumundique scribatur. Indefiniti nimirum ea amplitudo est, quae quoquoversum terminatas quascumque magnitudines semper excedat; ea vis in nomine fusisque in rumorem vocibus, quae rerum latitudinem et pernicitate et occupatis spatiis, longius multo et latius semper antecellat.115
Note
u. Potentiae plurimum in maiestate
115. Il tema dell'esistenza del pungiglione nel 're' delle api è fra i più dibattuti nella letteratura antica. Aristotele, come fonte dalla quale proviene quanto a noi resta dell'intero dibattito sull'argomento, aveva avanzato un'affermazione in sé problematica, ma tutt'altro che equivoca:«Le api hanno un aculeo, mentre i fuchi ne sono privi; i capi, cioè i re, possiedono bensì un aculeo, ma non colpiscono con esso, sicché alcuni non credono che ne siano provvisti.», Hist. an. 553b (tr. it. cit., p. 326). Columella, come ricorda Cesi, aveva effettivamente affermato che i 're' delle api non possedevano pungiglione (De re rust. IX, 10, 1), ma Eliano non era stato tanto deciso -secondo quanto pare dire Cesi- nel dichiarare il contrario. In un luogo della sua opera egli aveva, infatti, affermato:«Le api, quando vengono abbandonate dal loro re, che è una creatura mite, mansueta e priva di pungiglione, lo rincorrono e lo inseguono come un disertore che sia fuggito dal posto di comando.» (Nat. an. V, 10 (tr. it. cit., pp. 289)). Nondimeno Cesi pare riferirsi a un altro passo dell'opera del naturalista di lingua greca:«Secondo una diffusa diceria i re delle api sono privi di pungiglione; ce n'è un'altra secondo la quale la Natura li ha dotati di pungiglioni molto robusti e tremendamente acuminati: essi però non li usano mai né contro l'uomo, né contro le api; se ne servono solo per incutere paura. Non sarebbe, infatti, giusto che chi è re e ispettore di tante cose, facesse del male.» (Nat. an., I, 60, tr. it. cit., pp. 103-104). A sua volta Plinio aveva effettivamente dichiarato che i 're' posseggono l'aculeo, ma aveva ritenuto possibile, così come gli anonimi autori già citati da Aristotele, che non ne facessero uso. In questo modo egli aveva voluto esaltare -negli stessi termini poi adottati da Cesi- la maestà del monarca e la sua naturale onnipotenza:«Che si riprenda ora la questione se ci sia un unico Ercole e quanti padri Liberi e tutti gli altri enigmi sepolti nella polvere del tempo! Ecco che, a proposito di un'inezia che sta accanto alle nostre fattorie, di cui abbiamo esperienza continua, gli autori non sono d'accordo se il re è l'unico ad essere privo di pungiglione, armato solo della sua maestà, o se la natura gliene ha dato uno ma si è rifiutata, soltanto con lui, di concedergliene l'uso. Un fatto sicuro è che il re non si serve del pungiglione. L'obbedienza della plebe che lo circonda è meravigliosa. Quando esce, tutto lo sciame è con lui e gli si stringe intorno, lo circonda, lo protegge e lo sottrae agli sguardi.» (NH XI, 17, 52, tr. it. cit., pp. 570-571). Alcune cronache della prima metà del XVI secolo affermano che nel 1506 il re di Francia Luigi XII, dovendo partire per la guerra contro Genova, indossò una cotta bordata di api e di alveari d'oro, accompagnata dal motto latino «Rex non utitur aculeo». Per ciò che concerne più direttamente l'Apiarium, l'enfasi che Cesi pone sulla questione dell'aculeo del 're' delle api è stata considerata come una sorta di «appeal to Urban's benignity and goodwill», lanciato per assicurarsi l'appoggio della sovrana autorità pontificia nella campagna scientifica promossa dall'Accademia lincea a partire dalla pubblicazione del Saggiatore galileiano. Cfr. D. Freedberg, The Eye of the Linx. Galileo, his friends, and the beginnings of Modern Natural History, op. cit., pp. 173-174. La tesi può apparire suggestiva, ma risulterà del tutto convincente soltanto a coloro che si richiamano a una visione della storia intellettuale il cui svolgimento è centrato su categorie socio-politche come quella di mecenatismo.
Apprendi la forza della maestà. Così i re delle api si tengono lontani dalla potenza delle armi, si astengono dai combattimenti, prevengono gli scatti d'ira. Così che Columella ed alcuni altri li credono privi di pungiglione, mentre la cosa fu dubbia per Eliano e per moltissimi altri, fino all'indignazione di Plinio: sono invece forti di un pungiglione validissimo. Certo il peso delle armi e della forza poggia sul riconoscimento e sull'opinione diffusa in lungo e in largo, piuttosto che sull'uso che i principi ne fanno: infatti l'impiego della forza a malapena potrebbe costringere qualcuno, mentre il riconoscimento e l'opinione hanno il potere insieme di impaurire, scacciare e reprimere moltissimi. Secondo le Scuole considera che la potenza, sia passiva sia attiva, si dispiega assai largamente se non viene ridotta all'atto, e da questo è massimamente definita e inscritta entro stretti confini. Tale è l'ampiezza dell'indefinito che supera sempre qualsiasi grandezza circoscritta da ogni parte da limiti: tale è la forza racchiusa nel nome e nelle voci che si diffondono confluendo nella fama che sempre supera, molto più in lungo e molto più in largo, per rapidità ed estensione di spazi, l'ampiezza dei fatti.