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Apiarium

Sezione: 23


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qCerae praestantiam considera, ut Apibus magis gratus sis.75 Hanc dum habes, non aliud quidquam, sed lucem ipsam habes, noctuque diuque. Pertinacius haec tenebras vincit, haec Athenaeas illas Noctuas, haec Lychnobios virtutis alumnos maxime iuvat, detinetque in Sapientum colloquiis, doctarum haec lucubrationum comes est. Oleo fida magis, quae sponte sua stet in obsequio, nec fugax vasorum ergastulis coerceri debeat, intaminata quae renideat, nec lubrice alienis damnis maculosa luxuriet, ut illi ingenitum, quod condiendo potius; quam lucendo est. Faces ab ea Funerales, Nuptiales, Symposiacas, Sacras quoque; Regias, Festivas, accipis: splendorem, diem ipsum mediis in tenebris.76 Quam conferta luce, quot depulisse in Urbe noctes, hoc seculari anno vidimus Apum myriadum potius, vel innumeris nobis collatis opibus?77 Quam ingenti fructus multitudine, viis guttatim obceratis, angiportibus etiam noctu lucentibus? Quis erosas illas antiquitatis plurima carie, obscuriores scaturiente fumo taedas obliteratas, desiderare amplius possit? Quis aliud quidquam, vicario lucis Solisque usui Cerae praeponere queat unquam? Haec eadem, haec olim Cera litterariae rei ministra tabellas tribuit, et Nunciorum et cogitationum: vel potius ipsis mentis humanae conceptibus lucem dedit, et illos luci. Alia apud Medicos, Pictores, PlasticosVI Artifices complures, omnes fere dixerim, mille ex Cera. Mille ad usus vitae, ipsissima de hac apud Plinium legere aliquis posset ab Apibus compositam.78 Habeas certe ipsius rei arrhabonem, vel in ipso nomine: quo alludens quasi Χαῖρε expediat, nulla dolosi spe nummi,79 aurea et ipsa; non ventre magistro, famis nescia; censorem Persium illum acrem nequaquam timens:80 te statim in prospectu salutat, Ceremoniis, quae plurimum interveniat: habeas et Symbolo, quo ipsummet obsequium exprimere solet, tuis quae obsequentissima commodis est, quocumqueVII eam et colore, et figura praesto esse iusseris. Tractabilis semper, vereque facilis, quae quodcumque volueris, fiat.81 Quale profecto Apum opus, quam mirandum, si non ab arborum tantum lachrymis, ipsaque vulgari Olea, aut populari Populo, florumque praesertim liliacei, et Narcissi generis furfuribus; sed vel e vilioribus Lampsana, Rapistro, et consimilibus oleribus obolariis; hasce nobis peraccommodas, in lucem litteras, vasaque ituras aureas, niveas, multicolores massas componunt.

 

Note

q. Cereae Luces Obsequia facilitas et reliquia mille usus

VI. Plasticos [C om.]

VII. quocumque [C:] quovis

75. La cera, fin dall'Antichità, serviva a una pluralità di scopi, tanto pratici quanto ornamentali. Tra gli altri, se ne rammentano quelli per l'illuminazione, per la medicina, per la fabbricazione delle tavolette scrittorie, per le fusioni in bronzo e per la pittura a encausto. Tutti questi usi sono elencati in maniera accurata ed elegante in De animalibus insectis libri septem, cum singulorum iconibus ad vivum expressis. Autore Ulysse Aldrovando [...], op. cit., pp. 164-187, da dove Cesi li riprende. Per la sua estrazione e la sua lavorazione Columella aveva fornito prescrizioni piuttosto precise:«Quello che rimane dai favi spremuti, si lava accuratamente con acqua dolce e si getta in un recipiente di bronzo; vi si aggiunge poi dell'acqua e si mette a sciogliere al fuoco. Quando questo è fatto, la cera si cola attraverso graticci di paglia o di giunchi. E di nuovo similmente si fa bollire tutto al fuoco, quindi si versa negli stampi in cui ciascuno crede di metterla e in cui, però, si è messa prima un po' d'acqua; quando si è indurita, è facile toglierla, perché l'acqua che sta sotto non permette che si attacchi al vaso.», De re rust. IX, 16, 1-2 (tr. it. cit., pp. 692-693). In generale, la credenza condivisa dai più era che le api producessero la cera con i fiori degli alberi e con quelli della maggior parte delle piante seminate.

76. Queste espressioni in lode della cera ricordano da vicino quelle usate dallo stesso Urbano VIII nei distici De sole et api («Nel vestire di cera le fiaccole accese dal fuoco, l'ape si emula del sole fugando le tenebre con la luce»), ove l'esaltazione dell'ape ha la sua ragione nella capacità che essa detiene, attraverso l'utilizzazione dei prodotti della sua opera -tra i quali, appunto, la cera-, di fugare le tenebre con la luce. Entro questa concezione, le candele di cera simboleggiavano il Cristo in tutta la sua solennità come sole della giustizia. I distici barberiniani apparvero per la prima volta nell'edizione dei Poemata del 1631: Maphaei S.R.E. Card. Barberini nunc Urbani PP. VIII Poemata, Romae, in Aedibus Collegii Romani Societ. Jesu, typis Vaticanis, 1631. Nella edizione del 1627 era comparso, invece, il distico In apem fontis melliti («Perché ti meravigli se un'ape, che sugge il miele dai fiori, ti schizza poi un'acqua dal sapore del miele?»). Sulla storia compositiva ed editoriale dei Poemata, si può consultare M. Castagnetti, I "Poemata" e le "Poesie toscane" di Maffeo Barberini. I. Stampe e problemi di cronologia, «Atti dell'Accademia di scienze, lettere e arti di Palermo», XXIX (1979-1980), pp. 283-388. Alcune delle tematiche sopra ricordate vennero ampiamente sviluppate da Tommaso Campanella -uno dei primi attenti lettori dell'Apiarium- nei suoi commenti agli stessi Poemata. Per una prima introduzione, cfr. G. Formichetti, Campanella critico letterario. I 'Commentaria' ai 'Poemata' di Urbano VIII (Cod. Barb. Lat. 2037), Bulzoni, Roma 1983 e, più recentemente, L. Bolzoni, Urbano VIII, Campanella e la censura dei 'Commentaria', in Il piacere del testo. Saggi e studi per Albano Biondi, a cura di A. Prosperi, Bulzoni, Roma 2001, pp. 265-284.

77. L'indizione dell'anno giubilare per il 1625 da parte di Urbano VIII, due anni dopo la sua elezione sul soglio di Pietro, fu occasione per la stesura dell'opera di Justus Riquius (Josse de Rycke), De anno saeculari iubileo syntagma, in quo plurima sacrae antiquitatis eruuntur, explicantur et illustantur [...], Anturpiae, G. à Tongris, 1624. Il Riquius, Linceo originario di Gand, è l'autore dei distici che accompagnano la Melissographia e del poema Apes Dianae in monimentis veterum noviter observatae, Romae, J. Mascardi, 1625. Sulla sua figura e sulla sua opera, G. Gabrieli, Giusto Ricchio belga: i suoi scritti editi ed inediti e Ancora di Josse Rycke (Giusto Ricchio) panegirista o encomiatore ufficiale dei Lincei defunti nella prima accademia, in Contributi alla storia dell'Accademia dei Lincei, op. cit., II, rispettivamente pp. 1133-1164 e 1165-1175. Per l'analisi della sezione della sua opera inerente le api, D. Freedberg, Iconography between the History of Art and the History of Science: Art, Science, and the Case of the Urban Bee, in Picturing Science Producing Art, ed. by C.A. Jones and P. Galison, Routledge, New York-London 1998, pp. 272-296, in parte rielaborato in The Eye of the Linx. Galileo, his friends, and the beginnings of Modern Natural History, op. cit., in particolare pp. 163 e ss.

78. Plinio, NH IX, 8, 18 e ss.

79. Cesi allude qui all'espressione greca χαίρε, χαίρετε dello stesso valore dell'italiano «salve!» e «benvenuto!».

80. E' un'allusione a Persio, Sat. III, 95-105.

81. Cfr. la ripresa da Columella, De re rust. IX, 16, 1-2.

 

 

 

 

 

Considera l'eccellenza della cera per essere più grato alle api: finché la possiedi non ottieni altro che la luce stessa, di notte e di giorno. Questa vince le tenebre con maggior forza, questa porge un grandissimo aiuto alle celebri civette di Atena, i discepoli della virtù che della notte fanno giorno, li trattiene nei colloqui con i sapienti, questa è compagna delle dotte veglie notturne. Più fedele dell'olio, perché rimane volontariamente obbediente, né ad impedirne la fuga va incarcerata nei vasi, e incontaminata brilla e non lussureggia malferma macchiata da danni esterni, così che mentre l'olio ha innato il compito di condire, la cera ha innato quello di risplendere. Ricevine le torce funebri, nuziali, simposiache, anche le sacre, le regie, le festive: ricevi lo splendore, il giorno stesso in mezzo alle tenebre. Quale pienezza di luce, quante notti in questo anno giubilare abbiamo visto fugare grazie alle innumeri opere apportateci da miriadi di api? Con quale ingente moltitudine di frutti, mentre le vie si ricoprono di cera, goccia dopo goccia, e i vicoli risplendono anche di notte? Chi potrebbe desiderare di più quelle torce di pino, erose dalla grandissima corrosione dell'antichità, e dimenticate, e rese più oscure per il fumo che emanano? Chi mai potrebbe anteporre qualcos'altro all'uso della cera, che sostituisce la luce e il sole? Questa medesima cera, un tempo ministra delle Lettere, porse le tavolette e per i pubblici annunci e per le riflessioni private, o piuttosto diede luce ai pensieri stessi della mente umana e quei pensieri diede alla luce. Potrei affermare un migliaio di cose a proposito della cera, basandomi sulla testimonianza di moltissimi medici, pittori, scultori. In Plinio qualcuno potrebbe leggere, su questa stessa materia, che essa è fatta per mille utilizzazioni legate al vivere quotidiano. Potresti avere garanzia di ciò stesso anche considerando il solo nome di cera, quasi pronunciasse, con un gioco di parole, chaire, senza alcuna speranza di ricevere denaro con dolo, poiché d'oro è essa stessa; senza seguire i comandi del ventre, ignara della fame, invano intimorita da quell'acre censore che è Persio. Subito, nelle cerimonie, alle quali assai spesso interviene, vedendoti di lontano, ti porge il suo saluto. Potresti avere garanzia dal sigillo con il quale suole rappresentare il suo ossequio, devotissima ai tuoi comandi, qualunque colore e qualunque forma tu le abbia ordinato di assumere. Sempre trattabile, veramente plasmabile, essa si compone in tutti i modi che vorrai. Certo di quale importanza è l'opera dalle api, quanto ammirevole! Se non deriva soltanto dalle resine degli alberi, o dallo stesso olivo o dal pioppo comuni o dai pollini dei fiori, specialmente appartenenti al genere dei liliacei e dei narcisi; ma anche dalle più vili lapsana, dalla rapa selvatica e da simili erbaggi odorosi. Le api compongono dunque per noi masse auree, nivee e multicolori destinate a tradursi in lettere e ad essere conservate in vasi.