Apiarium
Sezione: 19
mNempe non nisi a caelo hos succos Plini, caelestes scilicet, praestantia admirarisIII doles simul, quod e tanta cadentes altitudine, plurimum infernis sordescant, et succis corrumpantur florum.47 Praeconia promis liquoris aetherei, sudo qui e Caelo exciderit, Caeli Sudorem, Salivam siderum, aeris succum. Ut inde coactas Caeli partes in guttas, stillantesque dulces a sideribus Salivas, Solis aquas alii recolant. Ut confertis titulis nostri seculi eruditiores, stillas, effusiones, vindemias, alius atque alius concelebrent.48 Apollineasque simul Apes cura, vindemia, conservatione; collectrices, custodes, administras, autument, accinantque eleganter. Manneos dulcior Calabria uberius a Caelo liquores expectat: blandos magis diffluente saccharo conspersos India succos. Tu vel nostrati melleo rore, ab Apiculis expetito, melli-pluum certe agnoscis cum Galeno Caelum.49 Dicito et aureos imbres, a Iove non impurae in Danaes sinus, cum Horatio, profusos;50 sed Rhodiis nascente Minerva, cum Claudiano,51 demissos, qui pariter in nos pluant, summi demum Herois auspiciis nascente virtute, non quidem speciosis fulvi metalli damnis graves; sed qui praedulci, et vere nectarea bonorum effusione, fructu plurimo, nostra irrigare secula, omnique ex parte beare possint.
Note
m. A Caelo mella, Aurati imbres Minervae ortu. Virtutis certe nobis
III. Nempe non nisi a caelo hos succos Plini, caelestes scilicet, praestantia admiraris [C:] Nempe non aliunde nisi quam a caelo hos succos Plini, caelestes scilicet, sua praestantia admiraris.
47. «Ma il miele, benché cada da una così grande altezza e si insozzi molto nel suo viaggio, inquinato dalle esalazioni terrestri che incontra, succhiato inoltre sulle foglie e sulle erbe, accumulato nei piccoli ricettacoli delle api (esse infatti lo vomitano dalla bocca), alterato per giunta dall'umore dei fiori e macerato nei favi e trasformato tante volte, reca ancora un grande piacere, come effetto della sua natura celeste.», Plinio NH XI, 12, 31 (tr. it. cit., pp. 559-560).
48. «Questa sostanza [il miele] viene dall'aria, soprattutto al sorgere delle costellazioni, specialmente quando Sirio è in tutto il suo splendore, mai prima del sorgere delle Pleiadi, e verso mattino. Così si trovano allora, alla prima aurora, le foglie degli alberi inumidite di miele: e quanti sul far del giorno si trovano all'aria aperta si accorgono che le loro vesti sono inumidite da una sorta di liquido e che i loro capelli si sono incollati, sia che si tratti di un sudore celeste o di una specie di saliva astrale o di un umore dell'aria che si purifica: se solo il miele fosse limpido e puro e naturale come colava all'inizio!», Plinio, NH XI, 12, 30 (tr. it. cit., p. 559). Per la teoria del miele come rugiada celeste, si veda anche, oltre il già citato passo in Virgilio, Georg. IV, 1, Columella, De re rust. IX, 14, 5. La fonte originaria di questa teoria dovrebbe in ogni caso essere considerato Aristotele, Hist. an. 553b 31. Tra gli eruditi del suo tempo a cui Cesi fa riferimento si deve annoverare anche Giovan Battista della Porta che, nell'opera De aeris transmutationibus, dedicata allo stesso Principe romano e apparsa a Roma una prima volta nel 1610 e quindi una seconda nel 1614, per i tipi dello stesso stampatore dell'Apiarium, Giacomo Mascardi, aveva inserito un capitolo nel quale era tessuto un alto elogio della rugiada come produttrice di miele, intitolato Ros quomodo oriatur:«Ignis agens in res humidas et vapidas, quae tumentis vase alvei clauduntur ad vasis pileum sui vi caloris spiritus subvehit, ubi frigore concreti densiores facti vasis fornices irrorant et demum per canalem in subiectum receptaculum in gutta stillatim refluunt. At si copiosus ignem suppones torrentioris vi aestus spiritus corpulentia factus in pinguem substantiam vertitur, idest in oleum et penitiores qualitates elicit. Id etiam evenit, si vas tepido soli, vel fervidiori exposueris, nam et laticem et pingue extillabit. Idem etiam et in mundo evenire imaginaberis. Vi enim solis et siderum calidissimas temporibus sub torrido Canis sidere, apricioribus locis herbas et plantas calefaciens humidos vapores, qui sunt rores plantarum, oleum et resinas per latentes et apertos corticos poros extorquet, quae sunt oleosae substantiae et attenuando ad aethera subvehit ac per aera disseminantur. At noctis frigore occursante, qui in liquores coeunt herbas antelucano madore irrorant, ut in eorum foliis in limpidas guttulas renident, qui vero pinguiores, in mel, gummi et glutinosos latices instar sudores compluunt et super idoneas frondes, truncos et saxa insident, et quae in terram decidunt ipsa sui siccitate absorbet. Sic unusquisque liquor suae plantae insitas virtutes retinet. Ros enim non solius herbae succus, sed circum consitarum plantarum saliva et variarum virtutum ex cuiusque natura plantae.», in G.B. della Porta, De aeris transmutationibus, a cura di A. Paolella, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2000, p. 112.
49. Cfr. P. Belloni Cenomani De Arboribus coniferis, resiniferis, aliis quoque nonnullis sempiterna fronde virentibus, cum earundem iconibus ad vivum expressis. Item de melle cedrino, Cedria, Agarico Resinis, et iis quae ex coniferis proficiscuntur [...], op. cit., p. 9.
50. Orazio, Carm. III, 16, 1.
51. Claudiano, De consul. Stil. III, 226-227.
Tu, Plinio, ammiri questi succhi dal cielo, cioè celesti, per la loro importanza, ma nel contempo ti duoli del fatto che, cadendo da un'altezza tanto elevata sin nelle profondità della terra, smarriscono gran parte della loro purezza e si corrompono negli umori dei fiori. Fai l'elogio del liquore etereo che discende dal cielo sereno, sudore del cielo, saliva delle stelle, succo dell'aria, cosicché poi altri raccolgono le parti del cielo ridotte in gocce, le dolci salive distillate dal cielo e le acque del sole e gli uomini più eruditi del nostro tempo celebrano, gli uni e gli altri, l'effondersi delle stille e i raccolti. Nel contempo stimino le api apollinee per la cura, il raccolto e la conservazione quali raccoglitrici, custodi, ministre e le cantino elegantemente. La Calabria più dolce aspetta più abbondanti i liquori della manna dal cielo, l'India i succhi aspersi, più dolci dello zucchero. Tu certo riconosci, con Galeno, quel cielo mellipluo grazie alla nostra rugiada di miele ricercata dalle api. Dì, con Orazio, anche le auree piogge profuse da Giove sul seno di Danae, ma, con Claudiano, cadute sui Rodii alla nascita di Minerva; e quelle piogge ugualmente ci aspergono quali auspici nell'ora in cui sorge la virtù di un sommo eroe, non pesanti per i mali evidenti del fulvo metallo, ma dolcissime, atte ad irrigare i nostri secoli e a renderli ovunque felici grazie al nettare che effonde ricchezze e a moltissimi frutti.