Apiarium
Sezione: 47
Patrem, Regem, Dominum supremum; nitore, forma, ac Diadematis quodammodo praeclaris in fronte lituris, praestantem. Aculeo hic apud Columellam caret, cui recentiores fere omnes [ex Diogenianis forte sermonibus] subscrivere videntur.132Potius tamen eo, et praepotenti quidem, non utitur; ut ait Aristoteles, accedente D. Ambrosio. Quamvis non desint, qui cum Aeliano et Plinio dubitent.133Verum decorus hic Princeps, adeo omnibus numeris absolutus est, vel ipsis ab incunabulis; ut statim et penniger, et conspicuis artubus, plenoque in corporis statu, suaque in magnitudine compareat; nec certe aculeo expertem illum facile quisquam existimaverit; a quo omnes aculeatae Apes producuntur, caeterique pariter ortum Reges habent: ipsi enim genitalis Apum materia substernitur. Hanc nil aliud a melle Cardanus cogitat; quo Apes omnino gignantur.134Respuit, sed ita Scaliger, ut Melleam tamen fateri videatur; et concinne insuper architectum calorem Apis addere. Atqui legitimo Plinii et Aristotelis testimonio compar ea melli e floribus est; praesertim Cerinthae, Oleae et Arundinis.135Nutriuntur melle Apes, quo constant. Mellea exordia: melleam compagem sagaci praesensione, appetitu, facie ipsa, referunt. Mel autem sedatae iam naturae liquor; illa fermenti quadam virtute quae in motus ire debeat, materia est, ex ipsis florum decerpta selectaque visceribus, propriis scilicet mellis latibulis. Sed minutius quoque inspicere ut conemur, operaepretium videtur; et eapropter hic aliquantulum subsistamus, dum Melissophilos ab exteriori tabula ad interiores avocare discupimus.136
Note
132. «Sulla fronte hanno [i re] una sorta di macchia biancheggiante a guisa di diadema.», Plinio, NH XI, 16, 51.
133. Per il dibattito sulla presenza, l'assenzo e l'uso del pungiglione da parte del 're' delle api, cfr. supra. Per l'accenno ad Ambrogio, si veda Hexameron V, 21, 107.
134. Questa teoria cardaniana è leggibile soltanto nelle prime edizioni del De subtilitate (cfr. Hieronimi Cardani medici Mediolanensis De subtilitate libri XXI, Parisiis, M. Fezandat et R. Granion, 1551, pp. 187-188), ma in realtà l'ipotesi sulla generazione delle api che il filosofo milanese pare considerare la più plausibile appare sostanzialmente identica a quella che Aristotele consegnò alle pagine della sua Hist. an. e si trova esposta in Hieronymi Cardani De rerum varietate, in Hieronymi Cardani Mediolanensis [...] operum tomus tertius quo continentur physica [...], Lugduni, J.A. Huguetan et M.A. Ravaud, 1663, p. 86.
135. Cfr. Julii Caesaris Scaligeri Exoticarum Exercitationum libri XV de subtilitate ad Hieronymum Cardanum [...], op. cit., p. 623.
136. Inizia a questo punto la lunga trattazione del sistema della generazione delle api. Aristotele aveva affrontato la questione in prima battuta in Hist. an. 553a-b, ponendo in evidenza la sua forte problematicità, senza però avanzare alcuna articolata ipotesi di soluzione. In De gen. an. 759a-760a, egli discute, invece, il tema in forma maggiormente compiuta. Lo Stagirita considerava vero che la famiglia delle api si componesse di tre distinti generi, indipendenti gli uni dagli altri: i re, le operai e i fuchi. Egli riteneva che, nel vasto orizzonte dei casi della natura, quello delle api dovesse venire considerato come del tutto particolare, non tanto per il fatto che questi animaletti generassero la loro prole senza accoppiarsi, ma in quanto essi risultavano i soli in grado di dare alla luce una prole diversa da quella del effettivo loro genere di appartenenza. Dal genere dei re, infatti, nascevano non soltanto nuovi re, ma anche nuove operaie, e i fuchi stessi venivano generati dalle operaie. Aristotele escludeva, inoltre, ogni sorta di distinzione sessuale all'interno dei generi dei fuchi e delle operaie. L'articolazione del discorso aristotelico sta forse dietro alla struttura argomentativa cesiana, ma non la influenza direttamente. Per la messa a fuoco dell'intera questione, l'autore dell'Apiarium pare piuttosto rifarsi, almeno in alcuni momenti del suo discorso, agli incisi contenuti in NH XI, 16, 46-51, sviluppando però autonomamente una teoria generativa di estrema complessità, che -come è stato di recente osservato- «had as much to do with his interest in the behavior of liquids and solutions at different temperatures (in this case honey), as with his view of the social organization of bees (the king gives rise to all his workers and subjects, who are protective of, and protected by, the king), and his need for order in the midst of an immensely elusive phenomenon (which he pointedly called "this unique and multufarious work of nature").», in D. Freedberg, The Eye of the Linx. Galileo, his friends, and the beginnings of Modern Natural History, op. cit., p. 175. Il Freedberg, peraltro, segue passo dopo passo Cesi nella sua esposizione e ricostruisce l'intera sua ipotesi generativa alle pp. 175-177, affermando, fra l'altro, che le basi teoriche del discorso cesiano dipendono «on Galileo's own corpuscolar view of matter» (p. 175). A partire dalla descrizione cesiana dei termini della stabilizzazione e della formazione delle figure dei feti delle api, egli pone in evidenza, altresì, un dato generale che ha un valore che trascende l'Apiarium e che può essere tenuto in considerazione in rapporto a tutta la ricerca naturalistica dell'inizio del XVII secolo: il nesso, anzi la «acute tension», che stringe l'indagine sulle strutture ordinative presenti in natura ai modi di descrizione grafica degli esseri viventi (cfr. ivi, p 178). Per una panoramica molto generale intorno al dibattito moderno sulla generazione delle api, può essere consultato M. Baldini, La ricerca sulla nascita delle api tra '500 e '600 (Swammerdam, Réaumur, Schirach, Riem), in Medicina e biologia nella Rivoluzione scientifica, a cura di L. Conti, Porziuncola, Assisi s.d., pp. 235-255.
il padre, il re, il signore supremo si segnala per lo splendore, la bellezza, le macchie luminose come un diadema sulla fronte. E' privo di pungiglione per Columella e con quest'ultimo sembrano concordare quasi tutti gli autori più recenti, probabilmente seguendo le parole di Diogene. Tuttavia preferibilmente l'ape non si serve di quello, anche se è molto potente, come riferisce Aristotele, al quale si accosta Ambrogio. Sebbene non manchino coloro che, con Eliano e Plinio, ne dubitano. Invero questo bel principe fin dalla stessa culla è completo in tutte le sue parti, così che subito appare alato, provvisto di arti cospicui, pienamente sviluppato nel corpo e con una sua grandezza. E certo nessuno facilmente potrà considerarlo privo di pungiglione, dal quale sono prodotte tutte le api che lo possiedono e parimenti ne nascono tutti gli altri re, e sotto di esso si spande la materia genitale delle api. Cardano ritiene che l'ape non da altro nasca se non dal miele, grazie al quale tutte le api sarebbero generate. Lo Scaligero rigettò la teoria, ma così che tuttavia sembra ammettere l'ape originata dal miele e aggiungere elegantemente, oltre al creatore, il calore dell'ape. Eppure, con la legittima testimonianza di Plinio e di Aristotele, l'ape è pari al miele derivato dai fiori, specie della cerinta, dell'ulivo e della canna. Le api si nutrono del miele del quale sono fatte. Le origini loro sono dal miele, dal quale esse traggono un organismo fatto di miele, grazie al sagace presentimento, all'appetito, all'aspetto. D'altra parte il miele è un liquore originato dalla natura ormai sedata; è una materia atta in qualche misura a fermentare e che deve mettersi in movimento, colta e selezionata dalle stesse viscere dei fiori, cioè dai nascondigli che sono propri del miele. Ma sembra valer la pena che tentiamo di esaminare la cosa più minuziosamente, e per questo soffermiamoci alquanto su questo punto, mentre desideriamo ardentemente richiamare l'attenzione dei melissofili dalla rappresentazione esterna dell'ape a quella interna.