Apiarium
Sezione: 21
oAspexistine unquam physiologe, florum urceolosII, quibus mel excipis quod e caelo impluit ?65 Subit enim, nec pauca admiratio, te infundibulis specillisque non instructum, arduum hoc negotium complere voluisse: talibus enim et perquam accommodis maxime opus habebas.66 Enimvero, si vascula haec perquisieris, suxerisque in mellis indicium, plurimum et tubulis angusta, et calyculis profunda, et galericulis contecta, et situ pendentia, et roris tempore occlusa, comperies: ut pluribus instrumentis et chirurgica arte, vix aditus ad hos aerios succos intromittendosIII, recludere possis. Melilotum, Lamium, Periclymenum, Limodorun, Cytisum, Legumina, et Trifolia plura, respicere ante ipsum opus debebas, spicatas, comatas, floripendulas plantas. Nec enim illarum in loculos et melle referta conceptacula, quae florum imis sinibus constituta sunt, tenuiores aquas, vel data opera summaque diligentia, instillaveris unquam; nedum mellei roris guttulas, laticis crassiusculi, et glutinosae naturae, licet initio fluidae magis ac dilutae.67 Quae scilicet adhaerescere primoribus labris voluerint, etiamsi ipsa in florum oscula inciderint, quae praeterea angusta beneque occlusa haud quaquam sursum hiant, ut stillicidia expectent, et transversim plerumque cadentes succos excipere, aut ullo pacto in ipsa penetralia admittere, possint. Aliis certe mel colligendum impluviis, alio certe modo, quam ratiocinii laboribus mel tibi floribus immittendum erat. Ficulneis praesertim; qui, utut lateant nostros Phytonomos; minime id impedimento est Apibus; quin te etiam nolente Varroni obsecutae, non plurimum e Ficu mel recipiant: quo melleam Antiqui Syceram habebant; pura puta melligine concretosIV nos fructus, sive recentes, sive caricas mandimus.68
Note
o. Excipiendi florum calyculis caelestia mella cassus et inanis labor
II. urceolos [C:] doliola
III. intromittendos [C:] imbuendum
IV. concretos [C om.]
65. Era una credenza condivisa dall'intera Antichità che il miele cadesse dal cielo sotto forma di rugiadosa pioggia e fosse semplicemente raccolto dalle api nei fiori, negli alberi e nelle erbe che rappresentavano i suoi naturali contenitori. Aristotele, Hist. an., 553b 29-31; Virgilio, Buc. IV, 30 e Georg. I, 131; Plinio, NH XI, 12, 30; Columella, De re rust. IX, 14, 20. Una simile convinzione è da porre senz'altro in connessione con la presenza del miele stesso in numerose narrazioni mitologiche e nei più celebri rituali religiosi. Per la superiorità del miele prelevato direttamente dall'interno dei calici dei fiori, Plinio, NH XI, 13, 32.
66. Per la raccolta del miele dai fuchi Columella aveva raccomandato all'apicultore l'uso di due strumenti:«Duobus autem ferramentis ad hunc usum opus est, sesquipedali vel paulo ampliore mensura factis, quorum alterum sit culter oblungus ex utraque parte acie lata, uno capite aduncum scalprum, alterum prima fronte planum et acutissimum, quo melius hoc favi subsecentur, illo eradantur, et quidquid sordidorum deciderit attrahatur.» (De re rust. IX, 15, 4).
67. Sulla consistenza e la natura del miele nella fase di deposito, precedente a quella della raccolta, erano state avanzate diverse ipotesi dagli antichi naturalisti. Cesi riprende e rielabora qui quella pliniana, secondo la quale, al momento della caduta dal cielo, il miele apparirebbe «liquido come l'acqua», fermentando e purificandosi progressivamente soltanto dopo la sua deposizione, fino al punto di farsi denso e di essere ricoperto da una leggera membrana, prodotta dal processo di solidificazione della stessa fermentazione (Plinio, NH XI, 13, 32).
68. Varrone aveva affermato che le api raccoglievano dai fichi un miele di scarsa qualità e insipido (De re rust., III, 16, 24 e 26). Secondo Aristotele le arnie dovevano essere svuotate al sopraggiungere della stagione del fico selvatico (Hist. an. 554a).
Hai mai osservato con occhi di naturalista gli orciuoli dei fiori dai quali raccogli il miele piovuto dal cielo? Succede che, e non è poca l'ammirazione, senza disporre di imbuti e di sonde, sarebbe arduo voler portare a termine questa operazione: avresti avuto bisogno di tali strumenti sì convenienti. In verità, se avrai scrutato questi piccoli vasi e avrai succhiato alla ricerca di un indizio del miele, li scoprirai tanto angusti per le piccole tube, profondi per i piccoli calici, coperti di piccoli berretti di pelo, pendenti nella loro disposizione, occlusi nel tempo della rugiada: così che con moltissimi strumenti e con arte chirurgica potresti a malapena aprire passaggi per introdurre questi aerei succhi. Prima di questa stessa opera avresti dovuto studiare il melitoto, il lamio, il periclimeno, il limodoro, il citiso, i legumi e i moltissimi tipi di trifoglio, le piante spigate, chiomate, floripendule. E mai verserai nei loculi di quelle piante e nei ricettacoli ricolmi di miele, che si costituiscono nelle parti più interne dei fiori, le più tenui sostanze acquose, anche ponendovi mano con la massima attenzione; né tantomeno le piccole gocce di miele rugiadoso, di lattice un poco grasso e di natura glutinosa, sebbene all'inizio più fluide e diluite. Esse vorranno naturalmente aderire alle prime labbra dei fiori, anche se cadranno all'interno delle loro bocche che, strette e occluse, restano aperte, sebbene non verso l'alto, per attendere la caduta delle gocce e poter accogliere i succhi che discendono perlopiù trasversalmente, o in nessun altro modo introdurle negli stessi penetrali. Certo il miele avrebbe dovuto essere raccolto con altre piogge o certo in altra maniera piuttosto che essere da te introdotto nei fiori con l'ausilio della ragione umana. Specialmente nei fichi, nascosti ai nostri botanici, senza che ciò sia di minimo impedimento alle api; che anzi, per quanto tu non voglia, seguendo Varrone, esse non raccolgono moltissimo miele dal fico, dal quale gli antichi traevano il miele di Sicara, frutti composti di pura e schietta propoli che noi mangiamo sia freschi sia maturi.