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Apiarium

Sezione: 29


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Apum labores cognoscere vis? Ipsum corpuscolum spectato. Omni ex parte utile considera, imo ipsius Utilitatis instrumentum. Nihil in eo est, quod reiectitiis voluptatibus addici debeat: ut operetur vivit: cunctis in opere articulis ita nititur ut tertio a nativitate incipiat die, nec ullus dum per caelum licet, pereat otio.101Oris instrumentis Rores legit. Flosculos mellitasque plantarum partes eviscerat, ipsissimos dulcium sapores detergit: cavis excipit lingulis, et domum asportat, unde et mel ore in cellas vomere Aristoteli cognitum: cognitum et dentibus praeditas, quantumvis melle tantum victitent minime conterendo.102At nobis potius, quam sibi decoquendum cibum praemandere videntur, praemansumque ceu fidelissimae Nutrices offerre. Siquidem dentibus utuntur ut durioribus e partibus stirpium Mel quandoque extrahere, et exscalpere possint, attritis. Validioribus ita maxillulis, qua si vaginis quinque illa lingui-rostra includunt. Hisce, et osseis trium digitorum unguiculis acriter citra periculum pugnant, lignaque ipsa fodicant, excavant, aperiunt. Scabunt germina prioribus cruribus perreptantque, inde mediis abstergunt, et incurvatura postremorum excutiunt, modo illo quo etiam ceras et glutina excipiunt, quae ut in cruribus gerere Aristoteles scripsit,103ita et vidit et observavit Doctissimus D. Fabius Columna L. evidentibus luteis globulis posteriora ad crura adhaerentibus.104Asperis enim omnibus artubus, et hirsuto toto corpore, laborant, ipsisque villis arripiunt, deferunt, et extrema usque corporis acie ultimo in discrimine dimicant, nullo absterritae mortis metu.105

Note

101. «Escono allora per adempiere le loro laboriose attività e, se lo permettono le condizioni del tempo, nessun giorno è sprecato nell'ozio», Plinio, NH XI, 5, 14 (tr. it. cit., p. 551).

102. Aristotele, Hist. an. 554a:«L'ape comunque raccoglie il miele da tutti i fiori che hanno un calice e da quanti altri abbiano un sapore dolce, senza mai danneggiare alcun frutto; essa porta via i succhi di questi fiori dopo averli prelevati con la sua parte simile alla lingua.», in Opere biologiche di Aristotele, a cura di D. Lanza e M. Vegetti, UTET, Torino 1971, p. 328.

103. «Le api portano la cera e l'alimento attorno agli arti, e vomitano il miele nelle celle.», Aristotele, Hist. an. 554a (tr. it. cit., p. 328).

104. Le osservazioni microscopiche del Colonna sulle api circolavano largamente in tutto il gruppo linceo tanto durante quanto immediatamente dopo la pubblicazione dell'Apiarium. Oltre il protocollo qui rammentato, inerente le scorie di polline presenti nelle zampette posteriori, noto è anche quello che contiene l'osservazione di un presunto acetabolo, in funzione di recipiente organico, in corrispondenza della bocca dell'ape. Cfr. in G. Gabrieli, Il carteggio linceo, op. cit., p. 1111 e 1123-1124.

105. A completamento di questa descrizione appare proficuo riportare la Descrizzione dell'ape, inserita da Francesco Stelluti nel suo Persio tradotto del 1630. La nota protocollare dello Stelluti nasce, infatti, in concomitanza temporale con i resoconti anatomici cesiani e ne è, di fatto, un organico complemento:«Havendo a descriver l'ape con tutti i suoi membri, cominceremo prima dalla testa, quale nella sommità mostra l'ossatura divisa come di calvaria humana, tutta pennuta, havendo invece di peli le penne, come quelle degli uccelli. Verso il collo n'ha maggior copia e son di colore bianchiccio, inchinante al giallo. Delle tre parti della testa, le due quasi sono occupate dagli occhi, quali sono assai grandi e ovati, havendo la parte più acuta dalla banda inferiore della testa. Son tutti pelosi e li peli son disposti a scacchiere, o vero a guisa di graticola, o rete, come son'anche tutti gli altri occhi degl'insetti che volano, sembrando graticolari. D'intorno ad essi vi si vedono le ciglia con peli grossi di color d'oro, ma non senza movimento, facendo solamente un cerchio intorno all'occhio. Fra l'uno e l'altr'occhio vi son due corni mobili articolati, detti da Aristotele antenne, sopr'il naso situati, ciascun de' quali ha origine da un globetto bianco com'una perla, sopra il quale ve n'è un altro semitondo, e di color rossiccio. Segue poi un articolo lungo di color bigio oscuro e appresso un altro articoletto rossiccio, dove l'ape piega il corno e poi seguitamente altri nove articoli uniformi, pur di color bigio oscuro, con alcuni minutissimi peli bianchi. Sotto li detti corni vi si vedono due cavità che sembrano le nare del naso e dove gli altri animali hanno la bocca, ha l'ape un rostro, simile quasi a quello dell'anatre, ma però lo muove e apre per fianco, e non come gli altri uccelli. Immediatamente sotto il rostro vi è la lingua assai lunga, di forma tonda con peluzzi minutissimi intorno di color d'oro, e piena di giunture, come appunto quell'erba detta coda di cavallo, che nasce appresso all'acque, havendo quei nodi intorno pochissimo distanti uno dall'altro, sopra li quali nascono detti peli in giro. Questa di vede esser cava dentro, havendo osservato più volte che l'ape la distende e mette nelle cavità de' fiori per trarne il miele, o altro liquore, o vero sugo di essi fiori per cibarsene. Viene abbracciata la lingua da quattro altre linguette, che con questo nome le chiameremo, perché rassembrano tali e con la quale stanno unite nel modo che si dirà. Queste sono scannellate nella parte inferiore, due sono maggiori e due minori. Le maggiori abbracciano anche le minori, che son contigue alla lingua, quali nelle loro estremità hanno due piccioli articoli ovati, con alcuni peluzzi nell'origine di essi e negli orli de' loro canaletti vi son peli curti situati come li denti della sega, onde sembrano detti orli dentati e così parimente son quelli delle due linguette maggiori, ma queste nelle loro estremità terminano in una punta acuta. La lingua con le due linguette minori a sé contigue appresso all'estremità del rostro s'uniscono formando un cannoncino tondo, nero e duro che rassembra osso e dove s'avvicina alla gola ha un membretto tenero di color d'oro, quale si va a poco a poco restringendo a guisa di piramide, finché poi entra nella gola. L'altre due linguette maggiori non solo abbracciano per fianco la lingua con le due linguette minori, come già s'è detto, ma ancora tutto quel cannoncino nero, e in detta parte queste parimente sono di color nero e sembrano di osso. Quando l'ape non si serve della lingua, la nasconde sotto il rostro, ripiegando verso la gola insieme con le dette quattro linguette. Ma dovendo usarla per raccogliere il miele, si serve della lingua come di un pennello per unirlo e lo raccoglie con l'altre linguette, empiendone quei lor canali e parimente il rostro ch'è a guisa d'un cucchiaio e in questo modo lo porta ne' suoi favi. Il petto, i fianchi e le spalle son tutte pennate, ma le penne nella parte superiore e più rilevata della schiena son più rare e son di color simile al miele. Nella parte superiore del petto, cioè appresso al collo son le due prime gambe o braccia, e queste son più corte e più sottili dell'altre quattro, quali unitamente escono dal mezzo della parte inferiore del petto, essendo l'ultime maggiori di tutte l'altre. Ogni gamba, oltre la coscia, ha ancora altri membri con le sue giunture. Il primo ch'è col petto unito è corto, dopo cui seguono altri tre membri lunghi. Li due primi son quasi uguali fra loro di lunghezza, ma però successivamente uno va avanzando l'altro di grossezza mentre più s'avvicinano al piede, e il terzo di questi è più largo degli altri due, ma alquanto più corto. Li primi tre son pennuti con alcuni peluzzi bianchi, ma questo quarto è tutto coperto di peli e dalla parte interiore, cioè ch'è rivolta verso il corpo, li peli son grossi e rigidi e disposti a linee color d'oro. Ma dall'altra parte di fuori, li peli stan confusamente e son molli e di color bianchiccio. Dopo questo quarto membro ne seguono successivamente altri tre piccioli in forma triangolare, il primo è maggiore del secondo e questo maggiore del terzo, perché più s'accostano al piede più diminuiscono. Son tutti coperti di peli giallicci e quando l'ape piega la gamba, questi si nascondono e ritirano sotto quel quarto membro ad essi contiguo. Segue poi un altro membro lunghetto che rappresenta il piede o la mano, nel fine del quale vi son due dita con alcune giunture molli come di carne e ciascun di essi ha due unghie, una maggior dell'altra, ripiegate e acute come quelle degli uccelli e dure come osso e ambedue escono dalla sommità del dito e son contigue nel loro principio; e fra l'uno e l'altro dito v'è un membretto rilevato carnoso e pieno di peluzzi bianchi, vedendovisi nella sua estremità una macchietta nera, e tra questo e le dita vi sono altri peli lunghi di color d'oro. L'ali son quattro, due grandi e due picciole, e stan sempre aperte come quelle della mosca e nascono nell'ultima parte delle spalle, dove co' fianchi confinano. Son nervose e cartilaginose e li suoi nervi son durissimi, simili a quelli dell'ali del pipistrello e in quei nervi che son'intorno all'ali dalla parte di fuori vi sono alcuni minutissimi peli. Il resto poi del corpo, cioè il ventre, è quasi dal petto diviso, essendovi solo una picciola congiuntura che tiene questi due membri principali uniti, per la quale, come per un canale, passa il cibo dell'ape dal petto al ventre. E' detto corpo da sei fasce nere circondato, come sono altri molti insetti, detti dagli antichi anulati. La prima è come un picciolo cerchietto, la seconda è di tutte l'altre maggiore, e poi l'altre seguenti vanno successivamente scemando di larghezza mentre più s'avvicinano all'estremità di detto corpo, dove sta la spina; e ciascuna di dette fasce abbraccia l'altra ch'appresso la segue dalla parte inferiore. Son pennute e ripiene anche di peli sottilissimi, ma la prima e la seconda hanno verso il lor principio una cinta di piume di color rancio oscuro e l'altre seguenti di color gialliccio. Vi resta la spina, over'ago, detto da' Latini aculeus, quale sta dentro l'estrema parte di detto corpo con uno intestino unito, tenero e di color bianco. Nel suo principio dov'è col detto intestino congiunto è grossetto, ma si va poi restringendo in una punta acutissima, come si vede nel disegno, havendo voluto figurarlo della medesima grandezza appunto ch'il microscopio ce lo rappresenta.», in Persio tradotto in verso sciolto e dichiarato da Francesco Stelluti [...], op. cit. pp. 51-54. A commento della Descrizzione, si vedano le classiche pagine di E. Raimondi, La nuova scienza e la «visione degli oggetti», in Rappresentazione artistica e rappresentazione scientifica nel «Secolo dei Lumi», a cura di V. Branca, Sansoni, Firenze 1970, pp. 453-505, in particolare pp. 482-485.

 

 

 

 

 

Vuoi conoscere le attività delle api? Studiane il minuscolo corpo. Considera l'utile in ogni sua parte, anzi lo strumento della stessa utilità. In esso non si trova nulla che debba riferirsi a piaceri da ricusare. L'ape vive per operare e si sforza nel lavoro con ogni sua articolazione, così che comincia dal terzo giorno dopo la nascita, in modo che nessuna giornata, se il cielo lo permette, sia trascorsa nell'ozio. Raccoglie la rugiada con gli strumenti della bocca, strappa i piccoli fiori e le parti ricche di miele delle piante, asciuga gli stessi sapori delle cose dolci, li accoglie con le piccole lingue cave e li trasporta a casa: onde Aristotele sapeva del miele portato con la bocca nelle celle, come con un vomere, e gli era noto che dispongono di denti, sebbene usino alimentarsi solo col miele, masticando in misura minima. Ma sembrano premasticare per noi piuttosto che per sé il cibo da consumare e offrirlo premasticato come fedelissime nutrici. Certo si servono dei denti per poter talora estrarre e asportare il miele dalle parti più dure delle piante, dopo averle triturate. Includono le loro cinque lingue rostrate in piccole più valide mascelle, quasi involucri. Con queste e con le tre piccole unghie ossee delle tre dita combattono alacremente oltre il pericolo, e forano, scavano, aprono i legni stessi. Con le zampe anteriori grattano e spazzano il polline, quindi con le mediane lo asciugano e lo fanno cadere flettendo quelle posteriori, e così raccolgono anche le cere e i glutini. Aristotele scrisse che le api portano tutto ciò nelle zampe, e il dottissimo linceo Fabio Colonna lo constatò osservando l'esistenza di evidenti globuli gialli che aderivano alle zampe posteriori. Esse infatti lavorano con tutti i loro aspri arti e con tutto il corpo irsuto e con gli stessi peli strappano e trasportano le cose e persino con l'estremità del corpo combattono nell'ultima lotta, punto atterrite dalla paura della morte.