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Apiarium

Sezione: 43


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aaQuid modo de Apibus? Quid certe aliud, quam summorum Philosophorum, summorum Poetarum, insigniorumque inter priscos et recentes, Physicorum et Moralium, Scriptorum dixerim omnium, omni ex parte occupasse ingenia, attrivisse calamos, supra quamcumque Historiae Naturalis partem; observatione, admiratione, detinuisse; nec tamen sufficienter unquam? En Aristotelem, Theophrastum, Plinium: en Varrones, Columellas, Virgilios, Lucanos: nuperos tam multos. Superadditum de Melissographis iudicium: Diligentissime Hyginum, elegantissime Celsum, subtilissime Aristotelem, de his disseruisse. Qui Apes vel nominaverit tantum, et admirationis et laudis non adiunxerit notas; invenias neminem. Nec facile absque apibus libros. Ea quidem celebritas, ea quoquoversum nobilitas. Nostris hisce Emblematis ardenti quidem animo, sed tumultuarie inter domesticae beneque perplexastricas cum apiario fusis ulterius non deterenda.128

Note

aa. Celebritate Nobilitate plurima Coronis

128. Sembra che tanto Celso quanto Iginio abbiano steso un trattato sulle api. Fra tutti gli autori antichi qui citati da Cesi essi sono gli unici le cui opere su questi animali non sono direttamente conosciute dalla modernità. Alcuni dei loro contenuti sono però noti grazie a Columella, il quale utilizzò largamente i loro trattati per la redazione della sua Arte dell'agricoltura e, proprio dallo stesso Columella, Cesi trasse le sue conoscenze su di essi. Per questo genere di ricerche il fondatore dell'Accademia dei Lincei utilizzò presumibilmente anche sillogi come quella conosciuta con il titolo Scriptores rei rusticae e come la Pinax Theatri Botanici, appartenute alla sua personale biblioteca (cfr. Capecchi, Per la ricostruzione di una biblioteca seicentesca. I libri di storia naturale di Federico Cesi 'Lynceorum Princeps', op. cit., pp. 159 e 161). Con questo paragrafo ha termine la sezione di cornice dell'Apiarium, quella chiamata dal medesimo Cesi 'degli emblemi', che nei piani di Cesi ha una funzione narrativa indipendente dal largo corpo centrale dell'opera, denominato propriamente Apiarium. E' in quest'ultimo che sono rammentati e schematicamente riprodotti tutti i generi e le specie della grande famiglia dei produttori di miele, variamente conosciuti all'inizio del XVII secolo. La frase con la quale Cesi chiude questa sezione dell'Apiarium, ricordando da vicino le ciceroniane res domesticas ac familiares, dice molto sull'utilizzazione da parte del Princeps Lynceorum di un'abile e spesso ben mascherata tecnica centonaria -del resto in uso in larga parte degli autori del tardo Rinascimento-, grazie alla quale il discorso si riveste qua e là con ritagli di parole e di frasi riprese dai più famosi autori latini della classicità. Sulla tecnica del riuso cinquecentesco dei classici, che dimostra qualche assonanza con il metodo scrittorio cesiano, si vedano G. Mazzacurati-M. Plaisance, Scritture di scritture. Testi, generi, modelli nel Rinascimento, Bulzoni, Roma 1986; P. Cherchi, Polimatia di riuso. Mezzo secolo di plagio (1539-1589), Bulzoni, Roma 1998; A. Quondam, Nell'officina del classicismo. Erasmo e gli strumenti della scrittura, in Erasmo, Venezia e la cultura padana nel '500. Atti del XIX Convegno internazionale di studi storici (Rovigo, 8-9 maggio 1993), a cura di A. Olivieri, Associazione Culturale Minelliana, Rovigo 1995, pp. 147-155; D. Zardin, Nell'officina del poligrafo: la biblioteca 'ideale' di Cardano e le fonti dell'enciclopedismo librario, in Libri, biblioteche e cultura nell'Italia del Cinque e Seicento, a cura di E. Barbieri e D. Zardin, V&P Università, Milano 2002, pp. 317-372.

 

 

Che dire ora delle api? Che cos'altro potrei affermare se non che hanno completamente occupato le menti di tutti i più grandi filosofi, di tutti i più grandi poeti e dei più insigni scrittori, antichi e moderni, di cose fisiche e morali, che hanno fatto consumare i calami sopra ogni parte della storia naturale e li hanno impegnati in osservazione e ammirazione? E tuttavia parlerei mai abbastanza? Guarda Aristotele, Teofrasto, Plinio; guarda i Varrone, i Columella, i Virgilio, i Lucano e tanti scrittori recenti. Si aggiunge il giudizio a proposito dei melissografi: intorno a questi argomenti hanno discusso assai diligentemente Igino, con somma eleganza Celso, con estrema sottigliezza Aristotele. Non potresti leggere nessuno che abbia soltanto nominato le api e non abbia aggiunto note di ammirazione e di lode. Né facilmente troveresti libri nei quali non si parli di api. Tale è infatti la loro celebrità, tale la loro nobiltà, che non dobbiamo ulteriormente sminuire una volta che i nostri tasselli si sono fusi nell'Apiario con animo certo ardente, sebbene in fretta e tra noie domestiche e intricate.