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Apiarium

Sezione: 31


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Quid surdas facis Apes Aristotelice? Musicum animal, Musarum Volucres Varroni, et aliis?107Scio parthenias castimonia ab ipsa, quinimo virginali corporis integritate, nulla libidine, nedum coitus voluptatibus, aut partus doloribus tentata. Monticolas etiam, et florivagas novi, quibus solummodo de causis, Musis dicatas velis, vel etiam Dianae Ephesiorum, ut confirmantibus nummis eruditissimus D. I. Riquius Lynceus observavit.108Nec tamen id satis ad Musaeum, cognomen;109si a Musicis omnibus aurium excluderentur defectibus. Harmonicis [quicquid obijcias] retinentur, alliciuntur, ducuntur concentibus. Ita surdae, ut vel sonoris plausibus, aerisque tinnitibus gaudeant, et nobis ad stuporem usque stupeant, et delectentur. Surdescent certe importune obstreperis, immerito Mella exposcentibus: surdescent tibi, qui eis aures pervicaci ratiocinationum impetu praeclusisti. Foramina, aut, quae excipientis vestibuli vicem habere solent, auriculas ipsas minime apparere dices. Nec quidem Microscopio nobis. At longe minutius, quam nostris innotescere sensibus possit, a natura elaborari corpuscola, et complura quidem, vel ipso adhibito Microscopio existimes. Quo dum multa subtilius constructa discernis, alia ulterius illis adhuc exiliora concludas, quae omnem instrumentorum a nobis constructorum aciem fugiant, et eludant. Quod et de Telescopio nostro, dum remotiora ad oculum pertrahis, diiudices congruum erit: alia quippe dissita magis remanere, ad quae nec ipsum ullo modo pertingat. Minusculorum igitur et remotiorum, nec paucorum aspectu aequo animo carere assuescas.

Note

107. «Esse [le api] amano il rumore degli applausi e il tintinnio del bronzo: si riuniscono a questo segnale, prova che hanno il senso dell'udito.», in Plinio, NH, XI, 22, 68 (tr. it. cit., p. 577), che per questo si oppone ad Aristotele, Hist. an. 627a che negava loro il senso dell'udito e le riteneva sensibili soltanto al piacere e alla paura. Anche Virgilio riteneva che le api avessero attributi uditivi e affermava, fra le altre cose, che l'eco le spaventa (Georg. IV, 49-50).

108. Cesi si riferisce all'incisione, raffigurante una moneta nella quale sono rappresentate Artemide e un'ape, che accompagna l'elegia del linceo Giusto Ricchio de apibus Dianiis, dedicata a Urbano VIII e inserita in Apes Dianiae in monimentis veterum noviter observatae elegiacum poema Sanctissimo Principi Urbano VIII [...] Auctore Iusto Riquio Lynceo C.R., op. cit. Nel breve commentario in prosa posposto alla stessa elegia, si legge:«Accedunt vetera numismata non pauca, e quibus tria nobiliora argumento nostro delegimus. Ediderant quidem Ephesiorum antea Ulysses Aldrovandus et Neapolitanorum, Hubertus Goltzius; sed perperam adeo vel depicta vel explicata, ut pro ineditis haberi possint. Megaransium hyblaeorum nos noviter produximus. Caeterum de apibus in fide Dianae positis, nemo hactenus antiquariorum (quod sciam) quicquam observavit.», p. 10.

109. E' espressione ripresa ancora una volta da Varrone, De re rust. III, 16, 7.

 

 

 

Perché, con Aristotele, ritieni che le api siano sorde, dal momento che per Varrone ed altri sono animali musicali e fra i volatili delle Muse? Conosco le partenie per la stessa purezza, anzi per l'integrità virginale del corpo, non tentata da alcuna libidine, né dai piaceri fisici o dai dolori del parto. Conosco le api che abitano le montagne e vagano di fiore in fiore, e per questi motivi le vorresti dedicate non solo alle Muse, ma anche alla Diana degli Efesini, come ha osservato l'eruditissimo Giusto Recchio Linceo grazie alla testimonianza delle monete. Pur tuttavia questo non sarebbe sufficiente per l'appellativo di seguace delle Muse se fossero escluse da tutti i musici per la mancanza delle orecchie. Checché tu obbietti, le api sono trattenute, allettate, guidate da concenti armonici. Sono così sorde che godono anche dei suoni intensi e delle vibrazioni dell'aria, e provocano in noi stupore e piacere. Certo diventeranno sorde davanti a rumoreggianti richieste di miele inopportune e ingiuste. Saranno sorde per te che hai chiuso loro le orecchie con l'impeto testardo dei tuoi ragionamenti. Tu dirai che minimamente appaiono i fori o quelle strutture che sogliono fungere da vestibolo raccoglitore dei suoni o magari le orecchie, anche se le ricerchiamo al microscopio. Ma potresti giudicare, proprio servendoti del microscopio, che la natura elabora corpuscoli, e per di più parecchi, di gran lunga più piccoli di quanto i nostri sensi possano percepire. Mentre, grazie al microscopio, distingui molti oggetti di più sottile costruzione, potresti dedurre che ve ne sono altri ancor più minuti di quelli sinora percepiti, che fuggono ed eludono tutta la potenza visiva degli strumenti da noi costruiti. Questo principio vale anche per il nostro telescopio, e potresti giudicare naturale, mentre allunghi lo sguardo sulle cose più remote, che altre più distanti ne rimangano, e che neppure quello strumento le raggiunge in alcun modo. Abituati dunque con animo sereno a rinunciare a vedere le cose più lontane, che non sono poche.