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Apiarium

Sezione: 24


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rIgnoret necne Scholasticus, qui Physica vel abstrusa promittit: certe Apes ingenitam plantis CERAGINEM probe cognoscunt, quae rebus in omnibus latitans, et simplicis et compositi corporis, contubernalis adinstar mellis vicem habeat: quae medias inter oleum et glutina partes obtineat. Componunt quoque, dum ea quae maxime cerosa sunt, commiscent, ac subigunt; qualia plerumque mediis in floribus eruperint, aut ad ipsos cortices exudaverint: qualia etiam trans cutim posita, ipsae minutius decerpserint, et extraxerint.82 Atque ita quidem factitant; ut sicciuscula pinguioribus temperent, viscidaque ad lentorem superaddant, inque massas redigant. Ex multis scilicet, non raro Ceris heterogeneam unam favis aptiorem conficiunt: genuinis prioribus ex illis, magis quidem puris, sed singulis maternae conditionis impressionem aliquam retinentibus, non secus ac Melli contigisse vidimus.83 Introspicere sane, ut pulchrum atque iucundum, ita difficile et quod non parum nos in Oposcopia nostra avidos detinuerit Observantes.84 Interim ita contrahere liceat, ut si oleum Hygron illud Homericum, quod maxime humoris seu liquoris munere fungitur,85 quod maxime diffunditur, sistendum sit; crassescere, si illud et durum in corpus ire debeat; sique ex scobe vel potius excretis leviusculis sudorum furfuribus, glutinosis pinguibusque intercedentibus particulis, coalescere aliquid debeat; nil aliud quam ipsam Ceram sis habiturus. Confirmet oleaginea ipsa Cera: antiquis namque testibus ex Olea copiose ea sumitur.86 Particulis tandem haec et asperiusculis quidem in connexum eo pacto iunctis consistit; ut grumis crassior; ut miculis tenuior, et adhaerescat, et torpeat, et maxime solubilis Vulcano copuletur, vel potius in ipsummet Vulcanum tota fere abeat, ardoribus prorsus dicata eo modo, quo in nostris de Ardore, et Naturalibus Focis, Libris diximus.87

Note

r. Cerificium Cerispicium

82. Cfr. Aristotele, Hist. an. 627a 7-9.

83. Cesi tiene qui probabilmente presenti i mieli spagnoli rammentati in Plinio, NH IX, 8, 18, i quali, a dire di questo autore, assumevano il gusto dello sparto da cui le api producevano la cera.

84. Oposcopia seu De succis rappresenta una delle sezioni della già citata Thaumatombria. Al suo interno trova spazio la trattazione della cera, collocata tra quelle del miele, della manna e dello zucchero, da un lato, e delle gomme e delle resine, dall'altro. Cfr. G. Gabrieli, L'orizzonte intellettuale di Federico Cesi illustrato da un suo zibaldone inedito, in Contributi alla storia dell'Accademia dei Lincei, op. cit., I, p. 40.

85. Omero, Od. Ζ, 79-81 e Η, 107.

86. Cfr. Varrone, De re rust. III, 16, 24.

87. Con l'espressione De ardore et naturalibus focis Cesi si riferisce presumibilmente a quelle sezioni intermedie della sua Physica Mathesis note come De igne e De Foco naturali. Cfr. G. Gabrieli, L'orizzonte intellettuale di Federico Cesi illustrato da un suo zibaldone inedito, in Contributi alla storia dell'Accademia dei Lincei, op. cit., I, p. 34.

 

 

Il filosofo della Scuola che si pronuncia sulle cose naturali e segrete non lo ignori: certo le api riconoscono bene la ceragine innata nelle piante che, nascosta in ogni dove, come il miele che le è simile ha modo di corpo semplice e composto e si comporta a metà tra l'olio e le colle. Le api compongono, mescolano e lavorano quei materiali, finché sono particolarmente cerosi, quali perlopiù spuntano in mezzo ai fiori o trasudano sulle stesse cortecce, quali sono posti oltre la superficie dei fiori e che le api stesse strappano in parti più piccole e distaccano. Fanno spesso così per temperare i materiali un po' più secchi con quelli più grassi, e per aggiungere componenti viscide a fini di cedevolezza e per ridurre il materiale in blocchi. Da molte cere diverse non raramente ne confezionano una eterogenea più adatta ai favi. Non diversamente dal miele partecipa di quelle prime e genuine sostanze, più pure, ma che conservano ciascuna qualche traccia della condizione materna. Ma esaminare bene, se pure è bello e piacevole, è così difficile che nella nostra Oposcopia ci ha fatto intrattenere avidi a osservare. Frattanto è lecito restringere, come se quell'olio omerico hygron, che massimamente si comporta come un umore o un liquore e massimamente si spande, si dovesse rendere stabile; si può addensarlo ove dovesse formarsi in un corpo duro; e se alcunché dovesse trarre origine dalla segatura o piuttosto dalle crusche più lievi separate dagli umori, si può aggregare con la mediazione di particelle glutinose e grasse: non ottenerrai altro che la cera. Lo confermi la stessa cera d'olivo: infatti, secondo le antiche testimonianze, si ricava abbondantemente dall'olivo. Alla fine la cera consiste di particelle piuttosto diseguali congiunte in modo che risulti più grassa dei grumi e più tenue dei granelli, e faccia presa e irrigidisca, e oltremodo solubile si congiunga con la fiamma e nella stessa fiamma quasi tutta si dissolva, tutta consacrata al calore del fuoco nel modo che abbiamo esposto nei libri De ardore e De naturalibus focis.