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Apiarium

Sezione: 20


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nCur autem has divitias deliciasque telluri denegemus? Flora haec mellis Mater52: Apum haec Altrix: nec opis tantum, quasi apis de nomine nuncupata; sed et apia Scythice, teste Herodoto.53 Agnovit optima ibi mella Plinius, ubi optimorum doliolis florum receptarentur. At non leve discrimen, nec quod ex contactu diversis a vasis provenire queat; nisi facilioribus ingeniis.54 Nec enim et dulcia, et altilia solummodo ea magis et minus: sunt quae acorem a plantis habeant, amarorem ab ipso Absinthio, quo Sardum improbatur, et Colchium;55 pravitatem a Buxo, Anacardio, peiusque a Nerio ad insaniam usque Menomaenon dictum:56 virulentiam tandem ab Aconito, vel Ixiferi Chamaeleonis floribus, ut Bellonio placet:57 quibus Sannorum Heracleoticum Ponticumque omne reiicitur.58 Galbanarium e ferulis Galbaniferis ad oculos vim medicam obtinuit. Praetera, sicciori ab Erica quodammodo arenosum habitum est, et Varroni liquidum e Siseris flore, spissum e Roremarino mel cognitum; aliud fluidum, aliud crassum magis.59 Praestantissimum inter Hymettia Straboni ab argentariis secturis est, quod argenteum intervenientibus spirationibus existimes.60 Unde ipsismet in plantis et inferioribus mella contrectare liceat. Trogloditicis tyrannis expressum Mel e floribus: factitium e palmis in Assyria ab eodem intelligas, et de arundineo Indico, quod e Canna Statius, ipsumque nobis Saccharum.61 Adde ex summis illud arborum germinibus insanum Pompeianis62: Melque e Ceratiae siliquis pressum, et quod Apum aemuli Mellifices Zizantheres in Africa e floribus conficiunt: Mannamque Melisaccharum dictam, quae incisis ab arboribus provocatur. Pariter Germanorum Betulam melleo succo manantem. Infer Nectaream nobis dictam herbam, in qua tota Mel ipsum et sugere possis, et manducare. Subiunge Mellifluam e Mexico metl, Caeli-voram illam admirandi incrementi, quae Mellis nomen et rem, trans Herculeas columnas retulerit;63 plus Mellis, nihil Aloes, nisi vocabulum habens, ineptumque illud ab inani Phytonomorum frondispicio. Livonica quidem et Lithuanica unde deduxeris affluentia Mella; si teste Cordo rarissime in illis Regionibus rorat; nisi e plantis habeas? En melligenas stirpes: en mella terrestria, intestina floribus plantisque mella.64

Note

n. Florida Arborea Argentea Telluris, e sinu educta Mella, ad quae sacchari et mannae consortia

52. E' molto probabile che Cesi tenga qui presente, come del resto anche in altri luoghi della sua opera, un epigramma di Ignatio Bracci dedicato alle Barberinas Apes e inserito nell'opera intitolata La occulta corrispondenza tra l'arme e il cognome de' Barberini. E cinquanta epigrammi del Signor Ignatio Bracci da Recanati Dottore di Theologia e Protonotario Apostolico (...(, in Roma, per G. Facciotti, 1623. Esso recita:«Quasque olim Hetrusca indigenas Florentia pavit, / Romuleam ad Floram vos properastis apes.». In questi versi, così come nel passo dell'Apiarium cesiano, si può notare un'allusione all'origine fiorentina della famiglia Barberini e quindi vi si può ritrovare un cenno a Firenze come madre delle api che occupano lo stemma di Urbano VIII. L'opera del Bracci appare di grande importanza per la storia dell'Apiarium medesimo. Essa rappresenta una delle fonti chiave del lavoro di Cesi. Il Principe Linceo reperì al suo interno un gran numero di motivi e di spunti che poi sviluppò nel corpo della sua opera. E' da notare che la scrittura del Bracci apparve esattamente nel 1623, l'anno stesso dell'ascesa sul soglio pontificio di Maffeo Barberini. Già nel 1621, però, questo teologo ed ebraista, originario di Recanati, aveva presentato all'ancora cardinale Barberini una sua composizione rimasta inedita, nella quale erano spiegate le «occulte corrispondenze» intercorrenti tra lo stesso nome dei Barberini e le api che si accampavano nel cuore dello stemma della nobile famiglia toscana. Nel 1623 il Bracci ripresentò l'opera al suo potente protettore, stavolta finalmente impressa. Nella sua introduzione, alle pagine 5-6, si leggeva:«Tre belle e misteriose pecchie inalberarono per arme della loro antichissima e nobilissima famiglia i maggiori di V.S. Illustrissima. Ma lontano a prima fronte, ed alieno affatto, par certamente questo cognome dalla corrispondenza e significatione delle api, le quali chi haverebbe mai ardimento di barbare nominare, havendo elle meritato nelle carte de' gravissimi scrittori titoli di diligenti, di politiche, di studiose, d'ingegnose, ed altri somiglianti che sono al cognome barbare tutti contrari?». All'interno dell'opera l'indagine del Bracci si trasforma presto in una ricerca sulla storia e sull'etimologia della voce latina barbarus, non prima però di aver prodotto un'attenta analisi di molti passi da Aristotele, Virgilio e Plinio il Vecchio dedicati alle api. La Occulta corrispondenza rappresenta in un certo senso il nulceo dal quale si sviluppa tutto l'Apiarium. Essa influì molto su Cesi e precedé anche le Apes Dianiae in monimentis veterum noviter observatae del Linceo Justus Riquius, opera stampata in Roma, presso Giacomo Mascardi, nello stesso anno di impressione dell'Apiarium.

53. La ripresa, da parte di Cesi, delle affermazioni contenute nell'opera di Erodoto, piuttosto che diretta, pare mediata attraverso Eliano, Nat. an. II, 53 e V, 10.

54. «Il miele è sempre eccellente là dove si deposita nei calici dei fiori migliori, come quello dell'Imetto o dell'Ibla e ancora quello dell'Isola Calidna.», Plinio, NH XI, 13, 32. (tr. it. cit., p. 561).

55. Per l'acidità di alcuni mieli, Plinio, NH XI, 15, 45.

56. Plinio, NH XXI, 45, 77.

57. Si tratta di una ripresa indiretta, probabile sviluppo di un'affermazione inserita in Julii Caesaris Scaligeri Exoticarum Exercitationum libri XV de subtilitate ad Hieronymum Cardanum [...], Fracofurti, C. Marnium, 1607, p. 539.

58. Plinio, NH XXI, 45, 77.

59. Varrone, De re rust. III, 16, 26.

60. Strabone, Geogr. IX, 1, 23.

61. Stazio, Theb. VI, 209-212. Ma anche Plinio, NH VIII, 17,32 e Seneca, Ep. 84, 3.

62. Qui Cesi si riferisce a un episodio narrato originariamente da Strabone, ma da lui ripreso dall'opera di Aldrovandi:«Strabo scribit Heptacometas populos ultra Colchidem tres Pompei cohortes obtruncavisse, dum montana pertransirent. Miscentes enim, inquit, crateras furentis mellis, quod rami arborum ferunt, potus et mente alienatos facile interimerunt.», Cfr. De animalibus insectis libri septem, cum singulorum iconibus ad vivum expressis. Autore Ulysse Aldrovando [...], op. cit., p. 122.

63. «Metl plantae, quam Mexicenses Maguci appellant, plures sunt differentiae, de quibus seorsim agemus, incipientes ab ea, quae folia Aloes fert, sed longe maiora et crassiora [...] Praeterea e succo manante, cuius, evulsis germinibus internis foliisve tenerioribus cultis Yztlinis, in mediam cavitatem stillat planta unica quinquaginta interdum amphoras (quod dictu est mirabile) vina, mel, acetum ac saccharum parantur.», in Rerum Medicarum Novae Hispaniae Thesaurus seu plantarum animalium mineralium Mexicanorum historia ex Francisci Hernandez Novi Orbis medici primarii relationibus in ipsa Mexicana Urbe conscriptis a Nardo Antonio Recchio [...] collecta ac in ordinem digesta a Ioanne Terrentio Lynceo [...] notis illustrata [...], Romae, V. Mascardi, 1651, p. 270.

64. Cesi si riferisce al commento alla sezione dedicata alla manna all'interno dell'opera di Dioscoride che Valerio Cordo distese nelle sue Annotationes in Pedaci Dioscoridis Anazarbei De Medica Materia libros V [...], Argentorati, J. Rihelius, 1561. Cfr. anche De animalibus insectis libri septem, cum singulorum iconibus ad vivum expressis. Autore Ulysse Aldrovando [...], op. cit., p. 50.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché poi dovremmo negare alla terra queste deliziose ricchezze? Flora è la madre del miele, nutrice delle api, appellata non solo Ops ma anche Apis e Apia in lingua scitica, secondo la testimonianza di Erodoto. Plinio riconobbe che i migliori mieli si trovano là dove si raccolgono nei piccoli calici dei fiori di qualità migliore. Ma non lieve è il rischio che non si lasci estrarre a causa del contatto dei diversi calici, a meno che l'operazione non sia compiuta da menti assai esperte. Infatti i mieli non risultano solo più o meno dolci e grassi, ma ve ne sono quelli che hanno assunto il gusto acido dalle piante, quello amaro dall'assenzio, motivo per il quale quello sardo e quello colchico si rifiutano. Dal bosso e dall'anacardio si trae un miele cattivo, e peggiore ancora è quello detto menomenon estratto dall'oleandro, che può provocare persino la pazzia. Infine, come asserisce il Bellonio, un tossico dall'aconito e dai fiori ixiferi della pianta carlina: per tale ragione si rifiutano tutti i mieli dei Sanni, di Eraclea e del Ponto. Dai gambi della galbanifera, il galbanario racchiude un potente medicamento per gli occhi. Inoltre il miele ricavato dall'erica più secca è ritenuto arenoso, mentre per Varrone, quando il miele si estrae dal fiore dell'erice, appare liquido, mentre è denso se estratto dal rosmarino; talora è più fluido, talaltra più viscoso. Per Strabone il migliore tra quelli dell'Imetto si estrae dalle miniere d'argento e potresti considerarlo argenteo per lo spirare che interviene. Onde sia lecito toccare il miele nelle piante e nelle cose inferiori. I tiranni dei Trogloditi lo estrassero dai fiori e dal medesimo Strabone potresti sapere che se ne produce dalle palme uno artificiale in Assiria, e uno dall'India ricca di canne, che Stazio fa produrre dalla canna e che per noi è lo zucchero vero e proprio. Aggiungi quello derivato dalle gemme più alte degli alberi, che nuoce alla salute dei pompeiani, e il miele pressato dalle carrubbe della Cerazia e quello che in Africa producono le mellifiche zizantheres, emulatrici delle api: detto manna e zucchero di miele, che cola dalle incisioni degli alberi. Così pure aggiungi la betulla dei Germani, che stilla succo di miele. Portaci anche l'erba detta nettarea, grazie alla quale, nella sua interezza, potresti succhiare e mangiare il miele. Aggiungi, proveniente dal Messico, la metl che fa fluire il miele, cibo celeste di incredibile potere nutritivo, che ha riportato il nome e la sostanza attraverso le colonne d'Ercole. Più del miele e niente affatto dell'aloè, se non per la parola, inopportuna per la carente classificazione dei botanici. Da dove potrai ricavare i mieli fluenti della Livonia e della Lituania? Se, secondo la testimonianza di Cordo, in quelle regioni assai di rado ritroviamo la rugiada, da dove potresti averlo se non dalle piante? Ecco le specie melligene, ecco i mieli terrestri, i mieli che si trovano all'interno dei fiori e delle piante.