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Apiarium

Sezione: 40


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wFlorum stirpiumque summa pervolitat Apis: indeque existimas ni fallor, cum Interprete Callimachi, ab eodem Πανακρίδα dictam fuisse.121Libat quidem ut vides, e summitatibus et mel haurit; verum etiam undequaque libat. Nam flores si insequitur, floribus si praecipue insidet, reliquis omnibus animalibus ratione non utentibus prorsus ignotis, prorsusque alienis; non illi omnes plantarum cacumina tenent, cum ad latera quoque, et alas, et deorsum etiam vergentes erumpant. Virtutum potius consideres, quas attingit, quas tibi indigitat summitates, altos certe ac prominentes, nec marcescentes unquam flores; quibus ea longe lateque effulget, quibus et ipse altius lucere aemulus possis. Unde ab apicibus non infeliciter apibus nomen induxeris, et quidem Latina Syncope facilius feliciusque; quae simul e vulgari animantium grege eximendas eas moneat, et inferiori ipsorum e medio extollendas esse;122uti vere eximias egregiasque omnino decet. Nec ullo usquam modo apte collocandas, nisi summis virtutum, dignitatum bene floridis verticibus: in quibus quoquoversum omnibus praeniteant.

Note

w. Quae Apum summitates

121. Call., Hym. I, 50. A parere di Callimaco la poesia breve, contrapposta ai poemi lunghi, è paragonabile a una sorgente dalla quale le api suggono goccia a goccia l'acqua cristallina.

122. E' un altro dei lusus verborum cesiani, che stavolta pone fianco a fianco le parole apex e apis, e le colloca retoricamente in relazione con il lemma tardo latino syncŏpe, che è dal greco συγκοπή, astratto di συγκόπτω, che vale ordinariamente in italiano 'spezzamento', 'sminuzzamento', 'rottura' (ma anche 'arresto', 'fermata' e, nell'uso grafico-morfologico, viene utilizzato per indicare la 'caduta' di una lettera), con il probabile intento di rappresentare a un tempo tanto la vetta raggiunta dalla natura con la sua arte poietica quanto la frattura che la specie delle api, in ragione delle speciali qualità che le sono peculiari, provoca nel quadro della tassonomia zoologica. Per un introduzione al tema della organizzazione tassonomica del mondo dei viventi durante il Rinascimento, si veda P. Mesnard, L'horizon zoologique de la Renaissance e Les animaux anciens et les animaux moderns, entrambi in Science de la Renaissance, Vrin, Paris 1973, rispettivamente pp. 197-205 e 207-220. Più recentemente, P. Castelli, Bestialità, allegoria, tassonomia nel tramonto del Rinascimento, «Bruniana e Campanelliana», VIII (2002), pp. 47-84.

 

 

 

L'ape svolazza sulla sommità dei fiori e delle piante, e per questo ritieni, se non erro, che è stata detta panakrída nel greco di Callimaco. Come vedi, liba e attinge il miele dal culmine dei fiori, ma lo liba anche in ogni altro luogo. Infatti va alla ricerca di fiori, particolarmente vi si posa, mentre tutti gli altri animali non si servono di cose affatto ignote ed estranee; non tutti i fiori occupano la cima delle piante, dal momento che spuntano anche sui lati e sui rami secondari e tendono perfino verso il basso. Considera piuttosto le somme altezze della virtù che essa tocca e ti addita, fiori certo alti e prominenti e che non marciscono mai. Grazie a queste altezze l'ape rifulge in lungo e in largo e anche tu stesso, suo emulo, potresti rifulgere in un luogo più elevato. Così dagli ''apici'' non infelicemente farai derivare il nome delle api, e certo in modo più facile e felice grazie alla sincope latina: questa nel contempo ti ricorda di distinguere le api dal gregge comune degli animali e di innalzarle oltre i livelli infimo e medio, come del resto si addice a esseri sommamente egregi. E ti ricorda che comunque in nessun altro luogo andrebbero convenientemente collocate se non sulle somme e ben fiorite vette della virtù e della dignità, e in tutti quei luoghi risplenderebbero ovunque.